Benvenuto nel sito del giardino storico

Benvenuto nel sito del giardino storico

Benvenuto nel sito del giardino storico

Benvenuto nel sito del giardino storico

XXVIII CORSO DI AGGIORNAMENTO SUL GIARDINO STORICO "GIULIANA BALDAN ZENONI-POLITEO" – 2018
Aspetti letterari, storici, filosofici, architettonici, economici, botanici, ambientali

La parte del selvaggio. Miti e figure della natura senza l'uomo

 

giovedì, 22 febbraio 2018, alle ore 16.00
aula A, Complesso Didattico di Biologia e Biomedicina Fiore di Botta, via del Pescarotto 8, Padova

 

Dal 'selvatico' alla 'natura spontanea' nella storia del giardino occidentale

 

Anonimo, Villa Borghese, inizio 1700
sulla sinistra, è visibile la parte selvatica del parco
 

Tavola rotonda con: ALBERTA CAMPITELLI – già dirigente Ville e Parchi Storici del Comune di Roma, vice-presidente Associazione Parchi e Giardini d'Italia; GIORGIO GALLETTI – già direttore del Giardino di Boboli, docente al Master di Paesaggistica Università di Firenze; TESSA MATTEINI – Università di Firenze Dipartimento di Architettura (DiDA); coordina ANTONELLA PIETROGRANDE – Gruppo Giardino Storico Università di Padova

 

Selvatico domestico e selvaggio nel paesaggio delle ville romane

Selvatico è luogo caratterizzato dalla selva, termine usato in senso più selvaggio e meno umanizzato (selva oscura) di quanto lo sia il bosco anche se, di fatto, i termini siano usati spesso come sinonimi.  
Secondo il grande storico dei giardini dell'antica Roma, Pierre Grimal, i giardini romani erano il risultato dell'incontro tra la tradizione italica di quelle vere e proprie selve che erano i boschi sacri e della sacralità della terra con i giardini di piacere orientali, mediati dalla tradizione ellenistica.
Il bosco era, nell'Italia preromana, luogo del divino, consacrato e destinato alla custodia delle forze della natura, impersonate dagli dei cui era dedicato.  
Non si contano i boschi sacri dedicati a divinità simbolo delle forze fecondatrici della natura, tra i quali celeberrimo era quello di Nemi, mentre le selve erano considerate le dimore delle ninfe. In un lento processo il lucus, bosco selvaggio, si trasforma in nemus, termine con una connotazione più amena e più vicina alla civiltà dell'uomo.
Nel Lazio la presenza di "boschi recintati", memoria dei primordiali boschi sacri, è parte del paesaggio e perdura anche nel secoli XVI e XVII quando si realizzano le magnifiche residenze in villa, influenzandone l'assetto. La memoria di questa peculiarità del paesaggio laziale la si ritrova nella composizione dei parchi delle grandi ville, dove al "domestico", cioè al giardino organizzato geometricamente, segue il "selvatico", il "barco", luogo di boschi più o meno modificati dall'intervento umano. Il bosco è il luogo del trionfo del "selvatico", contrapposto a "domestico", senza però che nel selvatico sia escluso l'artificio riconoscibile nella irreggimentazione delle acque o nell'aggiunta di nuove piante alla vegetazione spontanea.
Come raccomandava Vincenzo Giustiniani nel descrivere i suoi lavori per la Villa di Bassano, era necessario piantare "boschi grandi che abbian del selvatico". Nella descrizione di Villa Borghese di Jacopo Manilli, del 1650, e di Domenico Montelatici, del 1700, nel raccontare come la "natura si diletti d'esser varia" tra le varie contrapposizioni, accanto al "colle e il piano", citano il "domestico" e il "selvatico", intendendo con quest'ultimo termine luoghi niente affatto selvaggi e naturali, ma boschi in cui l'uomo era intervenuto con piantagioni e regolarizzazioni. Il selvatico, quindi, almeno per quanto riguarda le ville di Roma, non era affatto sinonimo di selvaggio e contemplava, in genere, la presenza di interventi umani.
Ciò che di selvaggio vi era erano gli animali, che vi venivano tenuti liberi per l'attività venatoria. Il selvatico, infatti, non era finalizzato solo al decoro, ma destinato allo svago della caccia, arte praticata anche da pontefici e cardinali perché ritenuta confacente al loro status.  Anche in area romana, pertanto, non si contano le ragnaie, i paretai o i boschetti per uccellare tordi. A Villa Giulia, come riferiva Bartolomeo Ammannati, vennero piantati ben trentaseimila alberi diversi per modellare il paesaggio e vi era un boschetto da uccellare a tordi.
Secondo la descrizione di Giovan Battista Agucchi nella Villa Aldobrandini di Frascati vi era "piantato con artificio un vago boschetto", che ci fa pensare a quella "terza natura" che, secondo Bartolomeo Taegio, era prodotta dall'arte incorporata con la natura, una natura, cioè, diversa e migliore. Nella stessa villa vi era una "selva polita e domestica" con querce così dritte e ordinate che sembravano ad arte piantate.
Alberta Campitelli

 

"Salvatico" e "domestico" nel paesaggio e giardino della Toscana rinascimentale 

Il mio intervento intendere ripercorrere alcuni testi significativi dai quali si può dedurre l'idea di "selvatico" nella Toscana rinascimentale. Ritengo innanzi tutto utile meditare su un passo dei Libri della famiglia dell'Alberti, nel quale l'anziano Giannozzo spiega al giovane Lionardo le coltivazioni che egli vorrebbe avere nella sua villa. Dal dialogo si comprende la distinzione fra piante salvatiche e piante domestiche, quanto mai utile per la comprensione di documenti d'archivio. Le salvatiche sono quelle che crescono in natura, mentre le domestiche, con particolare riferimento agli alberi da frutta, sono quelle risultanti da innesti. Entrambe possono fare parte di un giardino o di una proprietà agraria. Le selvatiche divengono elemento da collezione botanica nei giardini medicei, ma saranno anche lasciate incontaminate e conservate nel loro ambiente naturale. In questa prospettiva si inquadra la Legislazione Medicea sull'Ambiente, nota attraverso i bandi, pubblicati da Cascio Pratilli e Luigi Zangheri, che per un arco di quasi tre secoli ci forniscono informazioni sulle aree boschive naturali, protette da leggi severissime innanzi tutto finalizzate alla caccia. Ma tali documenti trattano anche della manutenzione dell'ambiente naturale, quale risorsa di primaria importanza nel territorio del granducato. Esemplare è un brano della Vita di Cosimo I de' Medici scritta da Baccio Baldini (1578), che ci descrive le lunghe cavalcate del granduca nel territorio, ispezionato non soltanto quale risorsa venatoria ma anche per il suo intrinseco valore naturale.
Altra fonte sono i trattati di agricoltura di Girolamo da Firenzuola e di Gianvettorio Soderini, dove ampi brani sono dedicati alla vegetazione salvatica; così di grande interesse sono quelli sulla caccia di Giovanni Antonio Popoleschi, di Antonio Valli da Todi e quello di Giovanni Pietro Olina. Quest'ultimo, sebbene pubblicato a Roma nel 1622, riflette molte usanze in voga nella Toscana e nell'Umbria del Cinquecento. Da questi scritti leggiamo da un lato la volontà da parte dell'uomo di dominare la natura, piegandola a scopi utilitaristici, dall'altro un pieno e completo desiderio d'immersione in essa, nello stupore e ammirazione del salvatico, che abbraccia non soltanto la vegetazione, ma anche la fauna, i fiumi, i ruscelli, le cascate e le rocce. Un'ambiguità nella percezione della natura, che sembrerà comporsi e essere superata soltanto con l'avvento della nuova scienza e dell'era galileiana. 
Giorgio Galletti

 

Dal selvatico ai boschi narrativi. Una esplorazione attraverso la storia dell'arte dei giardini

La selva attraversa la storia dell'arte dei giardini come figura essenziale, trasversale alle categorie del sauvage e del regulier, nell'ambito delle quali assume funzioni e forme differenti, legate a profondi significati simbolici e rispondenti ad esigenze primarie, come la coltivazione, l'allevamento, la caccia.
Sin dall'epoca classica, al bosco sacro, piantato secondo i criteri religiosi (lucus, nemus) si contrappone la silva, diffusa ed incolta che rappresenta lo smarrimento fisico e spirituale, generando i modelli della letteratura occidentale, dalla Commedia fino all'Orlando furioso e alla Hypnerotomachia Poliphili, vero e proprio giardino letterario.
Intanto il selvatico, antitetico e complementare al domestico, diviene, a partire dal Medio Evo, persistenza e rappresentazione della prima Natura Ciceroniana all'interno del disegno controllato del giardino formale: si tratta di un bosco, generalmente composto di specie mediterranee e piantato a nord per riparare la villa dai venti di Tramontana, all'interno del quale vengono allevati piccoli animali selvatici. 
Con la rivoluzione paesaggistica che trasforma l'arte dei giardini europei a partire dagli inizi del XVIII secolo, molti parchi assumono la forma stessa del bosco, in una naturalità inseguita ed artificiale che disegna boschi emblematici od espressivi (gli aggettivi sono di Thomas Whately nelle sue Observations on modern gardening, 1770) progettati per accogliere percorsi ed episodi di un complesso racconto etico filosofico od archeologico, come nelle interpretazioni di Vanbrugh, Shenstone, Kent, o, successivamente per riportare la wilderness e  riattivare relazioni naturali all'interno del sistema urbano, come nei progetti di Frederick Law Olmsted.
Di particolare interesse, nella vicenda italiana, e toscana in particolare, la mutazione del selvatico rinascimentale in parco paesaggistico, che spesso vede risparmiate le porzioni formali dei giardini storici del Cinque/Seicento e che concentra nell'antico bosco di Tramontana la applicazione delle nuove tendenze "alla moda dei giardini inglesi".
Ancora nel corso del Novecento il selvatico rimane una delle più potenti categorie concettuali nel progetto di spazi aperti, per le sue caratteristiche ecologiche e figurative e per il suo inesauribile spessore narrativo, come dimostrano le riletture che, in contesti paesaggistici e culturali profondamente differenti, ne fanno Pietro Porcinai e Ian Hamilton Finlay.
Tessa Matteini

 

Storica dell'arte e dei giardini, Alberta Campitelli è stata fino al 2016 direttore dell'Ufficio Ville e Parchi Storici del Comune di Roma, responsabile della gestione e della conservazione di 42 complessi, tra i quali ville nobiliari, passeggiate pubbliche, giardini storici, che comprendono cinque musei dei quali è stata direttore, dopo averne ideati e realizzati quattro di essi. Ha curato restauri impegnativi di giardini ed edifici, soprattutto a Villa Borghese e a Villa Torlonia, ville che sono oggi luoghi di cultura e svago, con musei, spazi espositivi, luoghi per il tempo libero. Dal 2013 al 2014 è stata anche Direttore del Macro-Museo d'Arte Contemporanea di Roma, dove ha organizzato oltre 40 mostre ed eventi. É stata membro dei Comitati Scientifici per il restauro dei giardini di Villa Medici e di Palazzo Barberini a Roma, di Wilanow a Varsavia. Ha pubblicato numerosi libri e articoli scientifici, dedicati soprattutto alle ville ed ai giardini storici di Roma e del Lazio, quali Villa Borghese, Villa Torlonia ed i Giardini Vaticani, tradotto in inglese, francese e spagnolo. Conta tra le sue pubblicazioni anche saggi di storia dell'arte e ultimamente ha scritto sul fenomeno della street art. Ha organizzato mostre dedicate alla Scuola Romana ed all'arte contemporanea. Dal 2011 è docente di Gestione dei Musei e del Patrimonio Culturale presso il Master of Art dell'Università LUISS. Tiene seminari in diverse università italiane e straniere, ha organizzato convegni internazionali sui temi della storia e della gestione dei giardini storici. Partecipa frequentemente a convegni internazionali, da ultimo in Giappone e nelle Isole Azzorre sui temi del garden tourism. Fa parte dell'Editorial Advisory Board della rivista Studies in the History of Gardens & Designed Landscapes. É vicepresidente e membro del Comitato Scientifico di APGI (Associazione Parchi e Giardini Italiani) che opera in accordo con il Ministero per i Beni Culturali e il Turismo; è Advisor member dell'ICOMOS-International Scientific Committee on Cultural Landscape, è Advisor dell'American Academy di Roma. E' membro dal 2014 del Consiglio di Amministrazione del Museo e Galleria Borghese, su nomina del Ministro per i Beni Culturali. E' stata dal 2007 membro del direttivo ICOM Italia e dal 2016 è Coordinatore di ICOM Lazio. Nel 2013 ha ricevuto dal Ministero della Cultura francese il titolo di Chevalier des arts et des lettres. 

Giorgio Galletti, nato il 26 ottobre 1948, si è laureato in architettura presso la Facoltà di Architettura di Firenze. Nel 1980 è stato assunto, a seguito di concorso nazionale, dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, con destinazione alla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano. Nel 1985 è stato trasferito alla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Firenze. 
Dal 1986 Giorgio Galletti ha diretto l'Ufficio Ville, Parchi e Giardini della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Firenze. Il suo incarico ha consistito nella manutenzione, conservazione e restauro degli aspetti architettonici e vegetali dei Giardini di Boboli, di Petraia, Castello, Poggio a Caiano, oltre a giardini di minore fama. Nel 2000 ha prodotto presso la Soprintendenza per i Beni Artistici e Paesaggio il Master Plan per il restauro e la conservazione del Giardino di Boboli, ancora utile riferimento per gli interventi nello stesso giardino. Nel gennaio 2002 ha rimesso le dimissioni dalla Soprintendenza fiorentina per dedicarsi alla libera professione, a seguito di numerosi incarichi privati e di enti pubblici. 
Ha svolto un'intensa attività culturale, partecipando a numerosi convegni nazionali e internazionali sul tema dei giardini storici, oltre ad aver tenuto numerose conferenze in università italiane e straniere (Firenze, Napoli, Milano, Genova, Londra, Parigi, York, Montreal, New York, Washington DC, Philadelphia, Atene, Edimburgo, Budapest, Oxford). 
Dall'agosto 2015 ha maturato i diritti di pensione e svolge esclusivamente consulenze e ricerche in ambito di giardini storici. Svolge attività didattiche e conferenze sul tema della conservazione dei giardini storici. Dal 2017 è contributing member dell' ICOMOS. 
 

Tessa Matteini è professore associato di Architettura del paesaggio (SSD ICAR 15) presso il Dipartimento di Architettura dell'Università di Firenze. Architetto e paesaggista, si è diplomata nel 2001 in Architettura dei giardini e Progettazione del Paesaggio presso la Scuola di Specializzazione triennale interfacoltà della Università di Firenze e ha conseguito nel 2007 il Dottorato in Progettazione Paesistica. Dal giugno 2017 è direttore di UNISCAPE, network europeo di Università per la implementazione della Convezione Europea del Paesaggio. Nell'ambito disciplinare dell'architettura del paesaggio ha sviluppato un percorso di ricerca specifico mirato e riconoscibile, legato alla lettura ed interpretazione delle dimensioni archeologiche dei paesaggi, al progetto di parchi e spazi aperti archeologici, alla conservazione attiva ed inventiva dei luoghi storici e al progetto contemporaneo per il giardino storico. Socia dell'Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio dal 2007, ha maturato una esperienza pluriennale sul piano e progetto di luoghi e parchi archeologici e sul progetto contemporaneo di giardini e spazi aperti urbani storici. Dal 2000 lavora con Anna Lambertini, con cui, nel 2011 ha fondato a Firenze  limes architettura del paesaggio, che si occupa di progetti e ricerche su giardini, paesaggi e spazi aperti urbani, attraverso la attivazione e il coordinamento di gruppi di lavoro interdisciplinari. Tra i lavori dello studio si segnalano, il Piano di Gestione Ambientale e Paesaggistica del Comune di Spello (2011, esposto alla 7° Biennale del Paesaggio di Barcellona);  il Piano-progetto di riconfigurazione paesaggistica e ambientale dell'area landside dell'Aeroporto di Fiumicino (Roma) (maggio- dicembre 2014, limes con arch. Giancarlo Fantilli); il Masterplan per il paesaggio del Parco Archeologico di Baratti e Populonia (dicembre 2016-gennaio 2017, limes con arch. Giancarlo Fantilli). È autrice di più di cento pubblicazioni su tematiche relative alla storia dell'arte dei giardini e al progetto di spazi aperti storici ed archeologici, tra cui il volume monografico Paesaggi del Tempo. Documenti archeologici e rovine artificiali nel disegno di giardini e paesaggi (Alinea, Firenze 2009) ed il recente Manuale di coltivazione pratica e poetica per la cura dei luoghi storici e archeologici nel Mediterraneo, scritto con Luigi Latini e pubblicato nel 2017, Poligrafo (Padova).

Laureata in Materie Letterarie presso l'Università degli Studi di Padova, Antonella Pietrogrande ha conseguito una seconda laurea in Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, presso l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2003 è il coordinatore del Gruppo Giardino Storico dell'Università di Padova per il quale si occupa del progetto scientifico e dell'organizzazione dell'annuale corso di aggiornamento sulla cultura del giardino e del paesaggio, promosso presso il Dipartimento di Biologia, allo scopo di contribuire alla formazione di una coscienza paesaggistica e alla salvaguardia del patrimonio storico-ambientale. Ha svolto attività di docenza e formazione in varie istituzioni. Collabora con il CEPAGE: Centre de recherche sur l'histoire et la culture du paysage École nationale supérieure d'architecture et de paysage de Bordeaux. È stata docente a contratto di "Storia dell'arte dei giardini" presso la Scuola di specializzazione in Parchi e giardini della Facoltà di Agraria dell'Università degli studi di Padova e ha collaborato con Margherita Azzi Visentini alla cattedra di "Storia dell'architettura" del Politecnico di Milano. Ha pubblicato più di sessanta saggi sulla storia del giardino, in particolare veneto. Ha approfondito il tema dei rapporti fra giardino, teatro e letteratura, intervenendo in numerosi convegni, in Italia e all'estero. Ha collaborato, per la sezione Veneto, all'Atlante del Barocco in Italia, diretto da Marcello Fagiolo, promosso dall'Accademia dei Lincei di Roma. Ha curato i volumi Il giardino e la memoria del mondo (con G. Baldan Zenoni-Politeo), Olschki, Firenze 2002, che ha conseguito il Premio Grinzane Cavour – Giardini Botanici Hanbury 2003, Per un giardino della Terra, Olschki, Firenze 2006 e la riedizione (con Gilberto Pizzamiglio) delle Operette di varj autori intorno ai giardini inglesi ossia moderni. Con l'aggiunta del discorso accademico sul giardino di Vincenzo Malacarne, EUT Edizioni Università di Trieste, 2010. Tra i saggi più recenti: The Imaginary of Generative Nature in Italian Mannerist Gardens, in Clio in the Italian Garden. Twenty-First-Century Studies in Historical Methods and Theoretical Perspectives, Dumbarton Oaks Colloquium on the History of Landscape Architecture XXII, a cura di M Beneš e M.G. Lee, Dumbarton Oaks Research Library and Collection, Washington D.C., 2011; L'influence d'André Le Nôtre dans les jardins de la Vénétie, atti del convegno di studi: André le Nôtre et les jardins de Chantilly, castello di Chantilly 27 giugno 2013, a cura di N. Garnier, Éditions Domaine de Chantilly, 2014; Educare al giardino e al paesaggio. L'esperienza padovana, in Quaderno di 25 anni, a cura di L. Morbiato, Gruppo Giardino Storico dell'Università di Padova, Cleup 2015. Ha coordinato e in parte redatto la sezione dedicata al Veneto del volume L'Italia dei giardini. Viaggio attraverso la Bellezza tra Natura e Artificio, Touring Club Italiano – APGI 2016. Dal 2017 è membro dell'International Scientific Committee on Cultural Landscapes ICOMOS-IFLA.