Benvenuto nel sito del giardino storico

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XXVIII CORSO DI AGGIORNAMENTO SUL GIARDINO STORICO "GIULIANA BALDAN ZENONI-POLITEO" – 2018
Aspetti letterari, storici, filosofici, architettonici, economici, botanici, ambientali
La parte del selvaggio. Miti e figure della natura senza l'uomo
 
SABATO 21 APRILE 2018
 
Verde a Venezia: broli, orti, giardini
 
con VALERIA DE TOFFOL, MARGHERITA LEVORATO, LUIS ZENATTO –
Gruppo Giardino Storico Università di Padova
 
 
Brolo degli Scalzi
La chiesa di Santa Maria di Nazareth, meglio conosciuta come chiesa degli Scalzi, pur essendo un mirabile esempio del barocco e pur conservando opere artistiche notevoli, non è` forse conosciuta come meriterebbe. Forse dipende dal luogo dove sorge, un tempo appartato e periferico e oggi trafficatissimo per la contiguità con la stazione ferroviaria e con piazzale Roma da cui partono i flussi turistici verso il centro città. La chiesa appartiene all'ordine dei frati Carmelitani Scalzi che, fin dall'origine, hanno avuto cura del loro brolo, esposto tuttavia negli ultimi decenni ad un progressivo decadimento per vari motivi, tra cui il numero sempre più esiguo dei frati. Ma dal 2000 una serie di interventi mirati ha riqualificato questo spazio, da poco tempo visitabile, ridisegnato come orto-giardino nel rispetto della sua storia e del suo significato mistico e simbolico.  
Valeria de Toffol
 
Gran Priorato dell'Ordine di Malta
La sede del Gran Priorato del Sovrano Militare Ordine di Malta consta di un complesso di edifici databile all'insediamento dei Templari a Venezia nel 1187, anno cui risale la donazione di un terreno perché vi costruissero un ospedale ed una chiesa. Nei secoli, per varie vicende storiche subentrarono i Cavalieri di San Giovanni del Tempio e poi a quelli di Malta. Nella famosa pianta prospettica di Jacopo de' Barbari del 1500 è già ben rappresentata la struttura fondamentale del complesso che corrisponde all'attuale. Dopo le soppressioni napoleoniche degli ordini nel 1806 e la conseguente confisca demaniale, nel 1841 l'imperatore d'Austria Ferdinando I riconsegnò ai Cavalieri Gerosolimitani la chiesa di San Giovanni del Tempio, il palazzo priorale ed il terreno adibito ad orto. In questi anni sono stati avviati radicali lavori di restauro, ultimati per la chiesa ed il chiostro. 
Valeria de Toffol
 
Giardino Patarol Rizzo, ora Grand Hotel dei Dogi, Venezia 
Il creatore del giardino settecentesco fu l'illustre Lorenzo Patarol (1674-1724), studioso di storia antica, noto per una cospicua collezione di monete e frammenti lapidei. Fu autore di un Erbario redatto tra il 1717-1719, in due volumi, conservati al Museo di Storia Naturale di Venezia, contenente mille esemplari di piante accompagnate da farfalle e libellule.
Il palazzo dei Patarol, commercianti di buon livello, non appartenenti al patriziato veneziano, è databile tra gli ultimi anni del XVI o inizio del XVII secolo. Le origini del giardino si inseriscono in una tradizione storica veneziana che già nel Cinquecento aveva avuto famosi botanici-giardinieri, come Pietro Antonio Michiel con il suo prezioso orto botanico a San Trovaso e  Andrea Navagero a Murano, che introdusse nel suo giardino piante provenienti dal Nuovo Mondo. Il giardino Patarol, come di consueto nell'urbanistica della città, si sviluppa sul retro tra la fondamenta della Madonna dell'Orto e la laguna: è uno spazio già documentato come orto nella pianta di Jacopo  De' Barbari del 1500. Lorenzo Patarol e suo figlio Francesco, nel corso del Settecento, crearono un prezioso orto botanico con rigorose partizioni ispirate alla classificazione di Tournefort. Il giardino era  ricco di rose bianche, rari gigli a fiore candido, a foglia striata,  bulbose e piante alofile, cioè adatte alle acque salmastre. Dell'antico impianto è leggibile ora solo la divisione classica tra la zona della corte, quasi un prolungamento del salone del palazzo, delimitata ai lati da muri di cinta con lesene in pietra d'Istria e un gradone in pietra che segna la cesura con il giardino leggermente sopraelevato. Parte del disegno geometrico fu conservato e rilevato fino ai primi anni del Novecento nella parte finale della parcella, antistante il casino.
Alla morte di Lorenzo nel 1724, il figlio Francesco mantenne l'antica collezione e l'assetto ad aiuole geometriche, arricchendole di altre piante rare, tra cui numerose aloe. Erede di Francesco fu il conte Sebastiano Rizzo, sposo di una sua figlia. L'orto venne conservato e affidato in seguito al figlio della coppia, conte Francesco Rizzo Patarol. Egli se ne prese gran cura con giardinieri esperti, abbandonò il metodo di classificazione Tournefort (1656-1708)  e seguì quello di Linneo (1707-1778); arricchì il giardino di piante, fino a seicento tra alberi e arbusti, quasi tutti esotici, "nuovi e rari", mise a dimora "circa centottanta specie tra le rose più distinte, perlopiù sconosciute  nei giardini d'Italia", avviò una collezione "bizzarra" di piante e foglie variegate, molte altre perenni e  bulbifere, sia in piena terra che in vaso. La famiglia Patarol si estinse  nel 1833 con Francesco Rizzo Patarol, amante degli studi e delle arti e possessore di una sceltissima biblioteca. Costui lasciò eredi universali del suo patrimonio i nobili Giovanni Correr e  Adriano Zen. Giovanni Correr, nuovo  proprietario del complesso, trasformò il giardino formale secondo lo stile paesaggistico allora in voga, conservando solo una piccola parte della collezione botanica di aranci e gelsomini accanto alle antiche serre. Il disegno ottocentesco denota una mano sapiente nella progettazione che obbedisce a canoni spaziali collaudati per creare un percorso vario, un alternarsi di luci e ombre, visioni sul paesaggio esterno, scoperte di anfratti e richiami alla poetica di un mitico medioevo. L'intento era di creare un'atmosfera emotiva, ricca di suggestioni per pochi eletti. L'area di circa 2000 metri quadrati appare sapientemente dilatata dai movimenti del terreno ondulato in alture che si susseguono, occultando la percezione i confini. La stessa cinta muraria in mattoni merlata compare a tratti tra la vegetazione, ed è ripresa nelle finte rovine con arco gotico sulla la collina-belvedere, soprastante l'elegante grotta-ghiacciaia. Dalla sommità si apre una vista privilegiata sul campanile della vicina Madonna dell'Orto, secondo la pratica del borrowed landscape. Altri elementi caratteristici sono il rustico ponticello in legno che unisce in quota due alture, la vasca d'acqua, la nicchia con statua, il tunnel ‘roccioso' che ricorda molto, in miniatura, quello realizzato da Giuseppe Jappelli nel giardino Cittadella Vigodarzere a Saonara, molto legato all'idea massonica del cammino dalle tenebre alla luce. Anche qui è interessante l'uscita, dopo il cammino tortuoso nell'ombra della vegetazione, verso la radura luminosa dominata al fondo dalla bianca loggia tripartita, costruita in forme neoclassiche a metà Ottocento. Alla fine del percorso si può godere di una spettacolare vista sul paesaggio lagunare e sulle Alpi. 
Il complesso fu sede di ambasciate di Savoia, di Francia e di un convento di suore e, dalla fine del secolo scorso, è stato trasformato in hotel.
Dopo il restauro intrapreso dagli attuali proprietari, i sinuosi sentieri si snodano bordati da finte rocce, macchie di aucuba, aralia, allori tra le collinette con notevoli esemplari di Celtis australis, Taxus baccata, Sophora japonica. Sono state introdotte molte tappezzanti, cespugli da fiore, erbe aromatiche. Il giardino è stato arricchito di collezioni botaniche di bulbose, rose, clematidi, camelie e ortensie, sulla base di un attento studio di Letizia Quarenghi.
Margherita Levorato
 
Venezia, il selvaggio nelle fasi evolutive di un giardino reale: metafora di disordine e ordine
L'intervento verterà sull'idea che l'aggettivo "selvatico" (nell'accezione di qualcosa che sfugge al controllo e alle cure di una comunità) potrebbe non essere soltanto un carattere della flora presente in un particolare ambiente ma – in una visione più temporale e funzionale – anche una caratteristica dell'area stessa che 'accoglie' o meno un susseguirsi di differenti assetti vegetali e più destinazioni d'uso. Simbolicamente potrebbe essere proprio il caso dell'area di studio della visita, a ridosso delle Procuratie Nuove di Piazza San Marco, che si affaccia sull'omonimo bacino, che dapprima ospitò la sede dei granai della città di Venezia come testimonia De Barbari con la sua famosa incisione (1500), mentre in età napoleonica fu spianata su ordine del Viceré Eugenio De Beauharnais per accogliere la realizzazione di nuovi importanti giardini.
Dal 1806 lungo i secoli XIX e XX si svolge così per l'area in questione una sequenza di diverse conformazioni spaziali e morfologiche, private o pubbliche, regolari o irregolari  -- progetti realizzati e non realizzati, cambiamenti radicali e ripensamenti -- che ne hanno reso sino ad oggi difficile una caratterizzazione storica con la città. Per documentare e illustrare questa storia 'intricata' sul luogo si mostreranno in successione elaborati, quadri, planimetrie tra cui quella dell'architetto regio Giovanni Antonio Antolini (ca. 1806), il progetto dell'ingegnere Giuseppe Mezzani (1809-1815), un rilievo dei Giardini Reali (ca. 1820), una planimetria dal Catasto Austriaco (1838-1845), varia documentazione fotografica di metà Ottocento, una planimetria del Lorenzetti (1926-1956), altre planimetrie (1931) e fotografie aeree insieme ad altre testimonianze (1931, 1939, 1943, 1949, 1958, 2010) e cenni sull'importante restauro che si concluderanno nella primavera 2018 per opera del famoso architetto paesaggista Paolo Pejrone.
Luis Zenatto
 
VALERIA DE TOFFOL, veneziana per nascita ed anche per affinità. Da bambina fa pratica nel giardino della nonna fra dalie e begonie, ma il pollice verde non ha modo di svilupparsi, nonostante le intense letture dell'omonimo testo di Ippolito Pizzetti e altri ancora. Devono trascorrere svariati anni e tante altre letture prima che maturi, finalmente, la concreta possibilità di agire in un giardino reale. L'ultimo suo interesse è rivolto ai 'giardini di carta', cioè ai libri, alla loro conservazione e manutenzione e al piccolo restauro. 
 
MARGHERITA LEVORATO fa parte, fin dalla fondazione nel 1984, del Gruppo Giardino Storico, occupandosi inizialmente di ricerca storica e archivistica sul giardino veneto del Sette-Ottocento. Tra i lavori pubblicati: Gli esordi di Giuseppe Jappelli nell'arte del giardino. Il giardino Cittadella Vigodarzere a Saonara; Il giardino Polcastro Wolllemborg a Loreggia; Il giardino Cornaro Revedin Bolasco a Castelfranco; Tendenze del giardino contemporaneo. Due esempi atestini in "Attraverso giardini", a cura di G. Baldan Zenoni Politeo, Milano 1995; M. Levorato, G. Rallo, Torre e grotta: dal mito al giardino. Il Belvedere di Mirano, Marsilio, Venezia 1999; Il brolo: ovvero vitalità dell'utile dulci, in "Il giardino e la memoria del mondo", a cura di G. Baldan Zenoni Politeo e A. Pietrogrande, Firenze 2002; Modificazioni e persistenze della tradizione nel giardino/paesaggio contemporaneo. Tre realtà venete, in "Per un giardino della terra", a cura di A. Pietrogrande, Olschki, Firenze 2006. Oggi si interessa particolarmente delle tematiche relative al giardino del Novecento e contemporaneo in relazione con le altre arti. Recentemente, per i corsi del Giardino Storico ha svolto ricerche e visite su ville e giardini storici e contemporanei veneti: nel 2012 Viaggiatori a Padova: uno sguardo sulla città dei secoli scorsi, nel 2013 L'isola di S. Giorgio a Venezia. Un esempio di "rinascimento"; nel 2014 ha curato il viaggio nel sud della Germania Paesaggi fluviali e giardini d'acque, dal barocco alla contemporaneità; nel 2015 la visita alle Ville Pisani-la Barbariga e Peressutti-Giulia a Stra (Ve). Nel 2016 ha realizzato la ricerca archivistica Evoluzione urbanistica e i giardini storici del Portello di Padova per la guida "Il Portello di Padova". ediz. Tracciati, 2016.
 
Anno 1985, sudamericano di origine, LUIS ZENATTO vive da trent'anni in Italia. Nel 2015 consegue il master di II livello in Architettura del paesaggio e del giardino, dopo la laurea magistrale in Architettura ed ingegneria edile-architettura presso l'Università di Venezia. Tra i progetti più recenti ci tiene a ricordare Venezia fase dieci. Ai Giardini Reali un nuovo passaggio per la città (2015) e l'impostazione per Venezia, il giardino come una città. Vivere un nuovo tipo di spazio pubblico tra scarsità d'acqua e memoria (2015), oltre alla ricerca di laurea dal titolo: L'esperienza e la memoria nei segni del paesaggio. Recinti, limite e attraversamento (2013). Curatore di mostre, ha fondato nel 2017 con altri professionisti l'associazione noprofit Spazio Mi.A. Mestre Venezia che si occupa di progettazione di architettura e di paesaggio con obiettivi di promozione sociale. Socio professionale del network Missione Architetto No Profit, partecipa anche alle iniziative dell'associazione Settimo Binario che diffonde la cultura della fotografia e quelle dell'associazione Cad Sociale, centro di ascolto del disagio in ogni sua forma (2016-2018) per la quale è Capo Dipartimento per il settore "paesaggio".
In campo accademico, ha cominciato a collaborare con il Gruppo Giardino Storico Università di Padova, ed è stato relatore presso l'Università Iuav di Architettura di Venezia al corso di Laurea triennale in paesistica del prof. Luigi Latini (2014), oltre ad essere l'autore della fotografia in copertina del saggio Pietro Porcinai and the landscape of modern Italy, a cura di M. Treib (University of California) Berkeley, L. Latini (Iuav, Venice), Ashgate Routledge (2016).
 

 
giovedì, 26 aprile 2018, aula A, primo piano, ore 16</strong></div> <div style="text-align: center;"> 
GIANNI VENTURI - Università di Firenze
Introduzione alla mostra "I giardini dei duchi. Luoghi di delizia dai Montefeltro ai Della Rovere",
Palazzo Ducale di Urbino, 28 marzo-10 giugno 2018
 
Dal Progetto della Mostra: La mostra intende porre l'attenzione sul tema del giardino, luogo fondamentale della vita di corte, verso il quale i Montefeltro prima e i Della Rovere poi hanno dimostrato un particolare interesse, progettando in ogni loro residenza urbana o suburbana splendidi spazi dedicati. Alcuni di questi sono ancora oggi fruibili, sebbene spesso modificati rispetto al loro assetto originario; altri sono andati irrimediabilmente perduti in seguito alle ingiurie del tempo, all'ampliamento urbanistico, alle trasformazioni degli edifici e del paesaggio.
Questa occasione consentirà al grande pubblico, così come ad un fruitore più avvertito, di meglio comprendere una realtà culturale che ha interessato in modo esemplare il nostro territorio, ponendolo anche in questo campo all'altezza del confronto con le altre corti italiane del Rinascimento. La mostra, fondata su materiali eterogenei (quadri, documenti, fotografie, proiezioni, ricostruzioni dei luoghi attraverso grafici e strumenti informatici), si pone come fine principale (e forse come sfida) quello di accompagnare il visitatore nella "scoperta" dei giardini ducali che non esistono più, come l'urbinate Giardino di Santa Lucia, ma anche di rilanciare l'attenzione su quelli ancora fruibili, come il Giardino pensile del Palazzo ducale di Urbino che, "inserito" nel percorso espositivo, diventerà fisicamente e idealmente il cuore vivo e pulsante della mostra.