Incontri GGS 19 gennaio - 4 maggio 2017

XXVII CORSO DI AGGIORNAMENTO SUL GIARDINO STORICO

“GIULIANA BALDAN ZENONI-POLITEO” – 2017

Aspetti letterari, storici, filosofici, architettonici, economici, botanici e ambientali

Il giardino come gioco: percorsi ludici nel tempo e nello spazio

 

25 MAGGIO 2017

Tavola rotonda coordinata da MARIAPIA CUNICOUniversità IUAV Venezia

ANDREA MENEGOTTODirettore tecnico Proap Italia, CESARE MICHELETTI e LOREDANA PONTICELLI A²studio projects for and researches into the Alpine space Trento,

PAOLA MUSCARIStudio di Paesaggistica BMB Verona

L’architettura del paesaggio può essere definita come un insieme di tecniche che si occupano in forma cosciente di processi che fino a prima dell’affermazione della disciplina come autonoma e riconosciuta, si trovavano dispersi e spesso associati ad una costruzione anonima e relazionata ad attività legate alla produzione. In forma non estensiva a livello territoriale, l’architettura del paesaggio è ancora legata all’infrastrutturazione e continua tuttora a fare riferimento alla questione della produzione, nel senso più ampio del termine, come tema centrale. L’esaltazione della questione della produttività dei luoghi rimane centrale, spesso attraverso la sacralizzazione di questa stessa capacità produttiva, nella sua celebrazione di eccezionalità e nell’ostentazione della capacità tecnica, tale da pretendere di ottenere risultati di produzione fuori dall’ordinario. I concorsi internazionali nel mondo dell’architettura e dell’architettura del paesaggio iniziano sempre di più a valorizzare soluzioni di sostenibilità e, anche grazie a giurie sempre più informate, si riscontra la tendenza a provare la reale sostenibilità di queste proposte, ovvero, idee dimostrate dalla efficacia e validità dei processi e non idee basate su elaborati discorsi retorici intorno ad una nozione di sostenibilità chiaramente forzata ed a volte priva di significato. Questa idea di risorse esauribili, associata alla coscienza della scomparsa della ruralità, sia nella produzione legata alla costruzione di paesaggi progettati – parchi, giardini, progetti di paesaggio -, sia nelle attività che disegnano il paesaggio in seguito a ragioni specifiche – infrastrutture, agricoltura, selvicoltura, pastorizia - , suggerisce nuovi paradigmi. La progettazione paesaggistica si occupa spesso dei luoghi di piacere, del tempo libero e ludici. La filosofia di PROAP riguardo a questi spazi cerca di articolare funzioni e usi per ottenere dei luoghi di maggiore attrattività e ricchezza. Andrea Menegotto

Reinterpretare una montagna. Val di Saènt, Parco Nazionale dello StelvioIl lavoro di ricostruzione dei pascoli alpini estivi di Saènt, devastati da un’enorme frana di versante, diventa l'occasione per pianificare un processo di trasformazione territoriale capace di stimolare l'immaginazione e suscitare nuovo interesse per la natura. L'area de "Il Gioco del Parco" - posta all'ingresso della valle – viene interpretata come una soglia dove provare il graduale passaggio da un approccio urbano alla natura ad un diverso contatto con lo spazio naturale. Questo passaggio è guidato da una serie di giochi - ciascuno pensato in relazione ad un tema che appartiene al mondo naturale di Saènt (le cascate, le fonti ferrugginose, i laghi glaciali, i massi erratici, gli alberi secolari, le rare specie animali ed anche l'evento catastrofico della frana) - con cui il visitatore interagisce fisicamente, sperimentando movimenti e velocità di azione/reazione differenti. A2 Studio 

Complicità e conflitto tra vegetazione e giochi nei parchi a tema. Gli argomenti

- Uso della vegetazione

- come gioco in sé (il labirinto, la balena topiata)

- per creare un’ambientazione (i pinguini di Boulder Beach)

- per mascherare l’impatto di una struttura di gioco (il ponte di corda)

- Alberi grandi e alberi ‘giocosi’ (Salix matsudana ‘Tortuosa’)

- Pronto effetto, manutenzione, precarietà

- Privilegi e pericolosità del mestiere di Paesaggista in un Parco a tema (l’inebriante altezza degli scivoli, la gabbia delle tigri). Paola Muscari


 18 MAGGIO 2017

 

HERVÉ BRUNON – Direttore di ricerca al CNRS-Centre André Chastel Parigi, MONIQUE MOSSER – Storica dell’arte e dei giardini, Ingénieur Honoraire au CNRS Parigi

 Dai giochi principeschi ai parchi di divertimento (XVI-XIX secolo)

Il gioco ha avuto un ruolo molto rilevante nella concezione strutturale e funzionale dei giardini europei, come testimonia la ricca scelta di opportunità ludiche, comprendenti sia giochi stanziali all’aperto sia giochi sportivi e dinamici come la pallacorda e la pallamaglio. Dalla rivoluzione francese in poi, elementi come le altalene e le giostre, attività ludiche e teatrali riservate fino ad allora ai giardini principeschi e aristocratici si diffusero in spazi urbani vegetali, accessibili anche al pubblico, che si possono considerare i primi parchi di divertimento moderni.


 12-13 MAGGIO 2017, viaggio di studio 

Dal gioco della topiaria, dei labirinti e dei teatri di verzura alla fiaba. Visita al giardino di villa Garzoni e al Parco di Pinocchio a Collodi (Pistoia) e ad alcuni giardini storici delle ville della Lucchesia 

TESSA MATTEINI – Università IUAV di Venezia, studio Limes Architettura del paesaggio Firenze,

CRISTINA CREMONESE – Gruppo Giardino Storico Università di Padova


Partenza venerdì 12 maggio, alle sette, da piazzale Boschetti a Padova.

In mattinata, visita al Parco Pinocchio, un parco nato da un libro e per un libro: Le avventure di Pinocchio. Camminando, giocando, rilassandosi circondati dall’arte, dall’architettura, dal verde si possono rivivere le emozioni e le vicende del libro italiano più amato e conosciuto nel mondo. La natura, sapientemente modellata da Pietro Porcinai, partecipa a pieno titolo alle avventurose vicende del burattino di Collodi.

Nel pomeriggio, visita al giardino di Villa Garzoni, straordinario esempio del gusto e della cultura toscana del Settecento, con giochi e trionfi d'acqua, vasche grandi e stellate e rigorose strutture geometriche stemperate dal verde. Il giardino ospita un teatrino di verzura, uno dei primi realizzati in Toscana, terra di elezione di queste architetture verdi. Segue la visita al giardino di villa Grabau, un parco di nove ettari che circonda la villa e la arricchisce con alberi secolari e vere rarità botaniche; da segnalare la pregiata struttura della Limonaia risalente al Seicento, e il teatro di verzura.

Dopo il penottamento a Lucca, nella mattinata di sabato la visita al giardino di Palazzo Pfanner, con i suoi piani erbosi, le fioriture ornamentali, le piante ad alto fusto e le conche di limoni, che accompagnano la monumentale teoria di statue settecentesche, rappresenta un pregevole esempio di giardino barocco adagiato nel cuore della Lucca medievale. Segue la visita  alla Villa Reale Marlia, considerata una tra le più importanti dimore storiche d’Italia, residenza nell’Ottocento di Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone e Principessa di Lucca, che al preesistente giardino barocco, dotato di un perfettamente conservato teatro di verzura, aggiunse un giardino paesaggistico. La proprietà si estende su una superficie di 16 ettari e annovera numerosi e raffinati giardini, vere rarità botaniche e imponenti palazzi edificati nel corso dei secoli.

Nel pomeriggio, visita alla Villa Torrigiani, villa rinascimentale con il giardino “ad orto”, costruita per i Marchesi Buonvisi, e trasformata nell’attuale sontuoso Palazzo con il Giardino - Teatro di Flora dal Marchese Nicolao Santini. Gli elementi più interessanti di questa struttura sono la peschiera, circondata da cipressi e il giardino segreto con il ninfeo, a pianta ottagonale.

Ritorno in serata a Padova, a piazzale Boschetti.


 4 MAGGIO 2017

 MARGHERITA LEVORATOGruppo Giardino Storico Università di Padova

Arte dei giardini e giardini nell'arte. Visita ai giardini di villa Tron-Mioni, Grimani-Migliorini e ai Théâtres en papier di Emanuela Briani Cagnina Dolo (Venezia) nella Riviera del Brenta

 

Giardino di villa Tron-Carrara-Mioni

Villa  Mioni, con il suo giardino paesaggistico, sorge nel luogo di una proprietà originariamente molto più estesa, appartenuta alla potente famiglia veneziana Tron, che fin dal Cinquecento aveva dei beni a Mira. Nel tardo Seicento, nell’omonima località Tron, risulta che già esisteva un palazzo costruito con la dote di Loredana Mocenigo, vedova di Nicolò Tron, probabilmente ampliato per volontà del figlio Andrea. Il complesso aveva caratteristiche di una magnificenza inusuale per le ville della Riviera, frutto della volontà di esprimere l’importanza del proprio stato sociale e politico. L’architettura, come compare nelle incisioni settecentesche, è di impronta longheniana; i bugnati angolari ricordano Antonio Gaspari (c. 1660-1749), che lavorò con il Longhena. Dalle incisioni di V. Coronelli (La Brenta quasi Borgo della città di Venezia, luogo di delizie de’ Veneti Patrizj.,1709), J.  C. Volkamer ( Continuation der Nürbergischen Hesperidum, 1714) e G. F. Costa (Delle delicie del fiume Brenta espresse ne’ Palazzi e Casini situati sopra le sue sponde.., 1750-62) il palazzo si presenta in forme imponenti, con un corpo centrale ornato da colonne bugnate, un timpano, statue sulla sommità, due lunghe ali laterali su cui si aprono due colonnati simmetrici al piano terra che consentono il passaggio diretto dal fiume Brenta allo spazio retrostante. Agli inizi del ‘700 si denunciano una casa dominicale con orto e campi 54+34 a boaria. Negli anni successivi del secolo l’area agricola è maggiormente articolata e aumentano i fabbricati inerenti alle attività produttive. Nel 1740 risulta ci fosse anche un brolo cinto da muro, un cortile davanti al palazzo e complessivamente 110 campi. Figura pure un giardino, secondo A. Baldan, l’unico registrato a Dolo in questa data. Ci sono 17 casette, 9 case, una fornace e altri edifici affittati. Si tratta quindi di un’azienda ben strutturata e produttiva. Di fronte alla facciata del palazzo vi è la riva erbosa del fiume, animata da vita popolare; l’oratorio è protetto da semplici paracarri, mentre ai lati del palazzo si intravvedono mura di recinzione. Molto probabilmente giardino e brolo si sviluppavano sul retro, come era usuale in questa zona dominata dalla presenza fondamentale del fiume. Il momento più fastoso della villa fu quando Caterina Dolfin (1736-1793), poetessa, intellettuale illuminista, sposò nel 1772 il procuratore Andrea Tron (1712-1785), detto el paron, per la sua influenza politica. Sepolta a San Marcuola, senza figli, lasciò la ricca biblioteca al nipote Alvise Mocenigo. Il palazzo e altri edifici furono occupati dalle truppe francesi di passaggio e il 19 novembre 1797 scoppiò un incendio che distrusse interamente l’abitazione e molti annessi. L’oratorio ottagonale è l’unico sopravvissuto del complesso. Poco dopo quel che rimase fu venduto ai fratelli Francesco e Pietro Carrara, in due lotti distinti, poi unificati. Nel 1810 un disegno, conservato dalla famiglia Mioni, riporta i fabbricati tuttora esistenti e un’estensione complessiva di campi 57. L’attuale villa Mioni è già presente, sorta probabilmente sui resti di un edificio precedente e organizzata secondo la classica planimetria della villa veneta con salone passante al centro e vani laterali. Permangono le imponenti barchesse a est e l’oratorio a ovest, dedicato alla Madonna del Carmine, con affreschi secenteschi e tre statue (Vergine Assunta, una Santa, San Nicolò) attribuite alla maniera di Francesco Parodi (1630-1707), ma probabilmente di Angelo Marinali (1654-1702). Nel disegno la proprietà è recintata da muro ai lati e sul retro, mentre sul fronte strada compare uno steccato o un basso muretto. A occidente figura un grande brolo di 8 campi su cui insistono due casette e l’oratorio. É probabile si tratti dell’antico brolo cintato sul retro dell’originario palazzo prima della sua distruzione, come compare in una planimetria settecentesca attribuita a Antonio Rizzi Zannoni (Planimetria della Brenta dalle Porte del Dolo fino alla Ca’ Pisani alla Mira). Un giardino di fronte alla villa viene segnalato nel Catasto napoleonico praticamente coevo al disegno. Presumibilmente si trattava di parterres simmetrici e viale centrale verso l’entrata dell’abitazione, uno schema geometrico che caratterizza ancor oggi il giardino di fronte alla villa, con due aiuole rettangolari erbose, fiori al centro e bossi topiati agli angoli . La proprietà resta dei Carrara per tutto l’Ottocento, quindi a loro si deve il parco paesaggistico creato verso la metà di quel secolo in gran parte sull’area dell’antico brolo, di cui furono abbattute le mura, conservando solo quella esterna al confine ovest. Ai primi anni del Novecento avviene il passaggio della proprietà, con il matrimonio del notaio Arrigo Mioni e Maria Carrara, alla famiglia Mioni, cui tuttora appartiene e cura con passione il giardino di 5 ha complessivi. La villa risulta in posizione decentrata come spesso succede in queste trasformazioni, un punto scenografico dell’assetto paesaggistico. Il disegno dimostra una conoscenza sicura dei dettami del nuovo stile, con lo specchio lacustre arcuato sul retro dell’abitazione, ampie sponde erbose e al di là, sullo sfondo, alture digradanti attraverso cui si snodano percorsi sinuosi in terra battuta L’acqua si immetteva nel lago dal fiume Brenta, alimentava rivi secondari, oggi in parte perduti, e usciva nella zona di campagna. Le montagnole sono 7, a memoria pare dei colli di Roma, e presentano le caratteristiche di belvedere e luoghi di sosta, con salite a spirale fiancheggiate da bossi in buone condizioni, ora una rarità e un vero patrimonio vegetale. In origine la vegetazione era più bassa, quel che si vede è cresciuto perlopiù in modo spontaneo, a parte degli esemplari notevoli di cipressi calvi e tassi. La collinetta centrale, più elevata e circondata dall’acqua, ora non è più accessibile. Una facciata in forma di rovina neogotica poggia sulla collinetta a est ove è situata una profonda ghiacciaia. I sentieri all’interno del parco sono bordati da convallaria; dei ponticelli mettono in comunicazione le collinette e attraversano i corsi d’acqua, uno in legno, altri tre in pietra, ricoperti di terra. Nella zona nord, oltre una canaletta che segna quasi un confine, si apre una zona diversa, più aperta e piana, destinata un tempo a alberi da frutta, ora arboreto creato dall’attuale proprietario e purtroppo danneggiato dal tornado del 2015. Al centro si erge un’ampia altura che era adibita a roccolo, ora piacevole belvedere.

Giardino di villa Grimani Migliorini

La fondazione della villa Grimani risale agli inizi del Seicento, come dimostrano le caratteristiche architettoniche dell’edificio, che tuttavia ha subito dei cambiamenti, ben riscontrabili nelle incisioni settecentesche (Coronelli, Volkamer, Costa). La loggia è stata aggiunta alla fine del secolo, come attesta la data incisa in una colonna della stessa, “1697 D(ominus) A(lmoraus) F(ecit)”, ossia costruita da Almorò Grimani, all’epoca proprietario. Le medesime colonne dalla loggia conservano tracce di varie ulteriori iscrizioni, come ad esempio quella di “Paulo Gloder fabro”, che ha così voluto, con la propria firma, farsi ricordare quale costruttore nel 1747 di due grandi cancelli in ferro, tuttora in funzione. Possiamo seguire le modificazioni dei fabbricati attraverso la comparazione delle vedute pervenuteci. In Coronelli (1709) l’edificio è privo di ali laterali e prospetta direttamente sul fronte strada (che allora altro non era che l’ampia riva del naviglio), da cui lo separa un muro di cinta. A metà secolo (G. F. Costa, 1750-62) all’originario corpo risultano già aggiunte le ali laterali, arricchite da due costruzioni “gemelle” alle estremità, di cui una adibita ad oratorio e demolite ambedue presumibilmente durante l’occupazione napoleonica. Dell’oratorio, situato ad est del complesso è stata recentemente restaurata la parte già destinata a sacrestia e la parete absidale, ove è emerso un affresco con una Annunciazione da alcuni attribuita a G.B. Tiepolo. Intorno al 1820 la proprietà venne acquistata dal Sig. Carlo Maupoil, appartenente ad una nota famiglia francese. A lui si deve l’edizione tradotta in italiano del manuale Il buon giardiniere in 2 voll., Venezia 1826 (opera di Louis Vilmorin e altri) e di un catalogo del 1845 ove si cita per la prima volta in Italia la Forsythia viridissima. Carlo, e poi i suoi successori, soprattutto il figlio Scipione e il nipote Carlo, avviarono un’azienda per la produzione e il commercio di piante ornamentali e da frutto nonché di ortaggi (successivamente anche di prodotti utili in genere per le coltivazioni agricole), che acquistò notevole importanza anche oltre i confini nazionali. Ai Maupoil va attribuita la costruzione di un’imponente barchessa ad est del giardino, destinata a serre e depositi. Si accentua in questo periodo la componente utilitaristica poiché l’intensa attività vivaistica e commerciale dei Maupoil investì ogni spazio, compresi i fabbricati, trascurando l’aspetto originario del ‘dilettevole’. Già ad epoca anteriore devono farsi risalire, invece, le cedraie poste a ridosso del confine nord del brolo. La proprietà venne acquistata dalla famiglia Migliorini negli anni ’20 del Novecento. L’area retrostante la villa Grimani è occupata dal tipico brolo, che è uno spazio sempre recintato da mura, da acqua o da siepe, ad esempio di acero campestre o di maclura, destinato soprattutto alla produzione di frutta, con pergolati per l’uva da tavola, limonaie, siepi, e di fiori; il tutto per uso strettamente domestico, e ad un tempo destinato al riposo e al passatempo della famiglia (uno schema sulle caratteristiche del brolo veneto viene allegato al presente materiale, altrimenti si rimanda a M. Levorato, Il brolo, ovvero la vitalità dell’utile dulci, in Il giardino e la memoria del mondo, a cura di G. Baldan Zenoni-Politeo, A. Pietrogrande, Olschki, Fi 2002, pp. 217-227). Ricordiamo che soltanto a fine Settecento fu introdotto anche nel Veneto il gusto per il giardino paesaggistico, rappresentato emblematicamente dalle grandi creazioni di Giuseppe Jappelli ed epigoni. Particolarmente significativo è l’assetto giardinistico degli inizi XIX secolo di villa Barbariga, visitata lo scorso anno, in cui all’area geometrica designata come ‘brolo’, di fronte alla facciata, si affianca a est la movimentata composizione paesaggistica. Circa il brolo della villa Grimani, a partire dalla seconda metà del Seicento viene denunciato un giardino e un brolo per una superficie totale di campi 3. Per il Settecento si può fare riferimento a una planimetria attribuita a Antonio Rizzi Zannoni (Planimetria della Brenta dalle Porte del Dolo fino a Ca’ Pisani alla Mira) in cui è ben disegnato sul retro della villa un ampio spazio cintato, diviso in due parcelle rettangolari da un viale centrale, il tutto immerso nella campagna destinata a arborato vitato. In questi ultimi decenni tale spazio è stato recuperato alla vocazione sua propria dal lavoro progressivo e appassionato degli attuali proprietari, rimediando ad un lungo periodo di abbandono, ricostruendo un viale centrale fiancheggiato da carpini, corrente da sud a nord, che spartisce lo spazio in due parti simmetriche e termina con un cancello in ferro battuto che conduce al vigneto ed alla campagna. Il brolo è attualmente in fase di integrale ricostruzione sia sotto il profilo botanico, sia sotto quello edilizio, dopo la totale distruzione provocata dal ciclone nel luglio 2015, che ha investito in particolare tutto il muro di cinta, lungo diverse centinaia di metri, i cancelli, le cedraie etc, e anche la vicina villa Fini. Tra il corpo della villa ed il brolo, limitato da un basso muretto sormontato da una leggera cancellata, si trova un giardino, con un’aiuola centrale e ampi spazi a prato, limitati da siepi di bosso, aiuole di rose e numerosi vasi di agrumi. La sistemazione del complesso costituisce un esempio raro e pregevole per l’organizzazione spaziale perfettamente conservata nei suoi caratteri originari. Al di fuori del muro di cinta, sul lato occidentale è situato l’orto e l’originale, divertente pollaio che accentua il carattere produttivo, ma anche estetico dell’insieme. Uno degli aspetti più pregevoli e attraenti di questo brolo-giardino è la ricca collezione di agrumi in vaso, circa un’ottantina, perfettamente in sintonia con quella tradizione storica che ha reso famosi i giardini della Riviera del Brenta, in primis quello di villa Pisani a Stra.

 

Théâtres en papier di EMANUELA BRIANI CAGNIN: In cammino per giardini e labirinti

In un ex-fienile, luogo della conservazione agricola, Emanuela Briani Cagnin ha collocato con estrosità e rigore le opere della sua lunga ricerca artistica. Si tratta di una Wunderkammer in cui si disvelano fantastici teatrini composti con materiali vari, sostanzialmente poveri, altrimenti destinati allo scarto. Riplasmati con maestria in forme diverse, ci raccontano con giocosità tante storie. Il filo conduttore è il tema del giardino-labirinto in cui confluiscono esperienze culturali diverse, tratte dalla storia dell’arte, della letteratura, della contemporaneità. La storia del giardino è così rappresentata ‘labirinticamente’, per vie che si intersecano allusivamente, creando suggestioni inaspettate. Ma sono opere da vedere, non da raccontare.


 20 APRILE 2017

 

LORENZO MARTINELLI  e BERNARDETTA RICATTIGruppo Giardino Storico Università di Padova

Visita al complesso della Villa Porto-Pedrotti a Vivaro di Dueville (Vicenza), un singolare esempio di interpretazione del paesaggio da Palladio alla contemporaneità

Il complesso paesaggistico della villa Porto-Pedrotti è particolarmente interessante in quanto consente di discutere sul divenire del rapporto architettura-natura nel corso dei secoli, vero specchio della cultura della committenza che governa il luogo a suo piacimento, avvalendosi della mano esperta di prestigiosi artisti. Il corpo principale (1554) della fabbrica, la quale presenta un’articolata struttura a tenaglia, costituisce un ennesimo esempio di “villa palladiana”, dominatrice del paesaggio agrario, dotata di ampia gradinata che immette al salone centrale del piano nobile tramite l’arioso pronao tetrastilo di ordine ionico, concluso da timpano triangolare coronato da statue allegoriche. A queste si aggiungono quelle della scalinata e dei vertici dei settori laterali del prospetto a sottolineare la dignità aristocratica del committente, il conte Paolo Porto, canonico della cattedrale di Vicenza. I rappresentanti della illustre casata dei Porto si distinsero per molte generazioni sia per responsabilità politiche sia per cultura, garantendo il proprio dominio nella città berica e in provincia grazie a una fitta rete di legami parentali e di amicizia con i maggiori esponenti della nobiltà veneta e oltre. L’ampliamento dell’antica villa è dovuto nel 1850-60 all’architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin, con la costruzione delle due ali simmetriche in stile neoclassico, raccordate al nucleo originario da strutture a loggia con le tipiche serliane, omaggio al Palladio, e del grande rurale in stile lombardesco, oggi in gran parte convertito in abitazioni private, che chiude il lato orientale del giardino anteriore. L’intervento attesta la volontà della famiglia Milan Massari Comello, divenuta nel frattempo proprietaria del complesso, di esibire il proprio potere economico e la condivisione del movimento tardoromantico con le sue ripercussioni sul paesaggio. All’illustre scenografo Francesco Bagnara si deve l’impostazione del magnifico parco retrostante, cui collabora il Caregaro Negrin (già suo allievo) sia nei raccordi architettonici con il prospetto posteriore del corpo palladiano, sia nella creazione di movimenti di terra, canali, laghetto, cascate, isole, collinette, boschetti, della cui bellezza parlano gli storici del tempo. La cappella gentilizia, affacciata sulla strada pubblica nel lato sud-occidentale del giardino, presenta una semplice struttura a capanna dalle linee neoclassiche che la farebbero risalire al Settecento. Un progetto in stile lombardesco dovuto al Caregaro Negrin induce a pensare a una sua riforma nel 1860 e a un ripristino dell’aspetto primitivo nel Novecento. Nel 1884 la villa passa in eredità alla famiglia Da Porto-Barbaran che ne conserva l’assetto assunto nel corso del XIX  secolo. Il complesso ha subito, soprattutto nelle aree verdi, gli sconvolgimenti del secondo conflitto mondiale, durante il quale fu occupato dal comando tedesco. Dopo varie vicissitudini e passaggi di proprietà, esso appartiene dal 1990 alla famiglia Pedrotti che ha scelto la villa come sua dimora stabile, avendo già provveduto al restauro degli interni e curando con gusto decisamente moderno e personale la ricomposizione del parco.

Chiesa di Santa Maria Etiopissa a Polegge di Vicenza

La chiesetta di Santa Maria Etiopissa, sita lungo la strada statale Marosticana, seminascosta da edifici antichi e recenti, al confine tra i comuni di Dueville e Monticello Conte Otto, costituisce un singolare esempio di architettura religiosa, le cui vicende sono riconoscibili non solo grazie alla documentazione d’archivio, ma soprattutto nella conformazione strutturale, nei materiali costruttivi e nei lacerti dell’apparato iconografico e decorativo. Il nome Etiopissa è tuttora oggetto di discussione da parte degli storici, ma l’ipotesi più credibile è la sua derivazione dal toponimo della vicina località Teupexe o Teupissae. Il luogo, non lontano dall’Astichello, nell’antichità era caratterizzato da abbondanza d’acqua che tuttora irriga la campagna, mentre i boschi furono devastati dalle invasioni degli Ungari, oltre che dall’espandersi progressivo dell’attività agricola. La storia del tempio iniziò in epoca longobarda quando fu costruito per offrire un luogo di culto alla popolazione locale passando poi, nel 1107, ai Da Vivaro, feudatari del vescovo di Vicenza,  che lo donarono all’abbazia benedettina di Pomposa. Intorno al 1300 la chiesa appare in commenda al cardinale Pietro Colonna e dipendente dalla Pieve di Dueville. Dopo un periodo di abbandono, agli inizi del XV secolo, la chiesa, dotata anche di un piccolo cimitero, era sotto la giurisdizione del Capitolo della cattedrale di Vicenza e servì da parrocchiale per le famiglie sparse tra Vivaro e Cavazzale. Verso la fine del Quattrocento la famiglia Vitriani, che gestiva la chiesa in nome dell’abbazia di Pomposa, fece restaurare e affrescare l’architettura, di cui tuttora si ammirano il portale laterale lombardesco, i decori floreali e, all’interno, i lacerti degli affreschi raffiguranti la Vergine e i Santi, attribuiti al pittore Taddeo D’Ascoli. Nel 1484 l’antica abbazia benedettina fu incorporata nel monastero di San Bartolomeo di Vicenza, governato dai canonici regolari di Santa Maria Frigionaia (Lucca), che seguivano la regola agostiniana. Agli inizi del XVI secolo la chiesetta ebbe il nuovo altare, poi arricchito da statue del Marinali. L’abbazia rimase poi per molto tempo in abbandono, fino al secolo successivo. Nel 1771 il monastero di San Bartolomeo venne soppresso con decreto ducale e i suoi beni venduti a privati. I primi acquirenti furono i Cordellina, quindi in epoca napoleonica subentrarono i Milan che vi costruirono la grandiosa barchessa con colonnato ionico e, infine, i Gonzati che nella metà dell’Ottocento eressero la villa attigua in forme eclettiche, attribuita all’architetto Bartolomeo Malacarne. La chiesetta cadde in uno stato di abbandono fino al 1933, quando  ebbe inizio il restauro promosso da don Federico Maria Mistrorigo. Un nuovo restauro, avviato nel 2012, ha donato dignità al tempio ora custodito dalla parrocchia di Pulegge, che ne è proprietaria. La chiesa ha un impianto architettonico rettangolare a navata unica, conclusa da abside inaugurata da un arco a doppia ghiera, tipico dell’architettura romanica ravennate. Interessante la copertura a capriate lignee, arricchite da decorazioni pittoriche. I lacerti degli affreschi che decorano le pareti, sono tuttora oggetto di studio, comunque denotano la loro datazione tra il XII e il XIII secolo, trattando temi biblici. Notevole l’affresco dell’abside che rappresenta l’Annunciazione, mentre altri celebrano la Madonna con il Bambino e altri ancora storie di Santi e Patriarchi. Il pluteo con i pavoni affrontati che si dissetano in un giardino fiorito è una copia dell’originale (VIII secolo), conservato nel Museo Diocesano di Vicenza. Il campanile, con cella campanaria dotata di due bifore, delimita verticalmente l’angolo destro dell’austera facciata assimetrica ed è sostenuto all’interno dell’edificio da due archi retti da un pilastro con capitello e abaco. L’ingresso alla chiesa è praticato nel fianco sud tramite l’elegante portale lombardesco molto decorato, mentre quello più lineare e modesto della facciata principale è attualmente chiuso. Bernardetta Ricatti per GGS


6 APRILE 2017

La botanica e il gioco

Tavola rotonda con: GIANPAOLO BARBARIOL – Capo Servizio Verde Pubblico Comune di Padova, KLAUS-JÜRGEN EVERT – già Direttore Parchi e Giardini di Stoccarda, FABRIZIO FRONZA – Servizio Conservazione della Natura e Valorizzazione Ambientale Provincia Autonoma di Trento, coordina FRANCESCA DALLA VECCHIA – Università di Padova

 

Nella storia degli spazi pubblici della città di Padova il giardino è stato spesso un luogo ludico, sede di attività di divertimento di vario tipo e anche un palcoscenico adatto allo svolgimento di feste, iniziative sportive e spettacoli all’aperto. La componente vegetale ha accompagnato  non solo come sfondo ma anche come elemento funzionale – l’evolversi della struttura del giardino e degli spazi verdi. In particolare, verranno esaminate le trasformazioni che hanno interessato alcuni luoghi simbolo della città, come il Prato della Valle, dove la componente “verde” ne ha sempre costituito un elemento caratterizzante e, contestualmente, le scelte botaniche connotative e conservative sono state oggetto di continuo e acceso dibattito. Accanto al verde storico, che ancora oggi svolge un ruolo importante come scena per manifestazioni e spettacoli, i giardini del dopoguerra hanno sviluppato una particolare funzione di intrattenimento delle giovani generazioni. Si analizzeranno le diverse forme di campi gioco per bambini e la loro gestione all’interno di giardini informali, dove la presenza della vegetazione diventa anche occasione per lo sviluppo di attività didattiche ed educative. Nella prospettiva di un verde sempre più interconnesso e utilizzato per una fruizione ludico-sportiva si analizzeranno le opportunità offerte dai parchi lineari dei lungargini e le trasformazioni del paesaggio vegetale, che sono state predisposte per favorirne il godimento. L’ultima parte della relazione apre una finestra sul futuro e sulla ricerca di coinvolgere l’intero ecosistema urbano per sviluppare, attraverso un migliore rapporto con la natura e l’agricoltura, nuove opportunità di gioco e di conoscenza dell’ambiente, che favoriscano il coinvolgimento dei cittadini. Gianpaolo Barbariol

 

In Germania, con il termine ‘Volkspark’ — letteralmente “Parco del Popolo” — intendiamo grandi aree verdi urbane, progettate paesaggisticamente, dopo l’inizio dell’industrializzazione. Questi parchi erano accessibili a tutti, indipendentemente dall’origine sociale.

La Prima Guerra Mondiale ha interrotto lo sviluppo del Volkspark. Poi, però, il movimento a favore dei parchi pubblici degli anni ‘20 del Novecento ha dato vita a progettazioni con diverse offerte ricreative che consistevano sia in vaste aree sportive e campi gioco, ma anche in parti boscose e sceniche, con grandi prati e talvolta con un’area recintata per gli animali e chioschi gastronomici. Klaus-Jürgen Evert

 

Da secoli parchi e giardini, luoghi che da privati e protetti sono divenuti spazi comuni adibiti alle relazioni fra i cittadini, hanno avuto al loro interno spazi per il gioco e il divertimento.

Le piante hanno progressivamente cambiato ruolo. Da elementi simbolici e di bellezza, sono divenute materiali di arredo verde, spesso scelti in base ad aride caratteristiche tecniche in base a ossessivi criteri di “sicurezza”. Le piante producono frutti, fogli e cortecce che spesso sono velenosi e che troppo spesso sono visti dai cittadini con ostilità o sospetto. In questa comunicazione si evidenziano alcuni criteri che nei secoli hanno segnato l’evoluzione del gusto nella scelta delle piante per la progettazione dei parchi e giardini d’Occidente. Fabrizio Fronza

 


30 marzo 2017

ALESSIA BELLONE – Consorzio di Valorizzazione Culturale La Venaria Reale e Altri Beni, RICCARDO FORNERIS – diplomato al corso, PATRIZIO GIULINI – Università di Padova

Come si forma un giardiniere per giardini e parchi storici: il corso “Giardinieri d’arte” alla reggia di Venaria Reale

 

Oggi, molti giardini e parchi storici italiani sono conosciuti e frequentati dal pubblico grazie all’acquisita consapevolezza del valore culturale, ecologico e produttivo che rappresentano da parte istituzionale e particolarmente grazie all’iniziativa di proprietari sensibili e al contributo di esperti e associazioni nell’ambito di attività gestionali e di comunicazione.

Ma le fioriture primaverili, gli eventi, la semplice opportunità di camminare tra alberi secolari sono anche frutto di una cura che richiede profonde competenze botaniche conoscitive, tecniche e operative. In questo contesto si inserisce il giovane corso Giardinieri d’Arte alla reggia di Venaria Reale, reso possibile dal protocollo d'intesa tra la Regione Piemonte-Direzione Coesione Sociale e Direzione Promozione della Cultura, del Turismo e dello Sport, il Consorzio di Valorizzazione Culturale La Venaria Reale, la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per il Comune e la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Fondazione CRT e l’Associazione Giardini Parchi d’Italia.

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23 MARZO 2017

ANTONELLA PIETROGRANDE

Tra gioco e spettacolo: elementi ludici nella storia del giardino

Il giardino, nella sua lunga storia, è sempre stato un luogo ludico, sede di giochi di vario tipo, ma anche, nello stesso tempo, un palcoscenico verde, idoneo allo svolgimento di feste, danze, banchetti principeschi, oltre che alla messa in scena di grandiosi spettacoli all’aperto. Il primo spettacolo offerto dal giardino è però la rappresentazione della natura, sempre diversa, a seconda dell’evolvere dei canoni estetici della società e della cultura di cui il giardino è espressione. La relazione prenderà quindi in esame il mutare del gioco delle forme che struttura il giardino nelle diverse epoche, dando vita a veri e propri episodi ludici da ammirarsi come spettacoli in sé. L’arte del giardino è caratterizzata dal permanere storico di un “sapere” pratico che ha le sue radici nel giardino romano antico. Si tratta dell’arte topiaria, capace di convertire a valori artificiali la forma della vegetazione. Nel giardino “all’italiana”, risultato della razionalità del pensiero del Rinascimento, in cui l’uomo ritiene di poter dominare la natura, lo spazio si complica e la natura è considerata un elemento da plasmare. Le piante, utilizzate come materiali da costruzione, vengono potate in modo da creare pareti vegetali in cui le forbici dischiudono nicchie, porte e altre aperture. Il Cinquecento e il Seicento sono i secoli di maggior gloria del giardino “all’italiana” e quindi dell’arte topiaria. Spetta al giardino seicentesco e alla scenografia barocca che lo ispira la giocosa invenzione del teatro di verzura, scena stabile all’aperto, originale soluzione con quinte, fondali, declivio scenico, realizzati con materiali vegetali, a imitazione dei teatri in muratura, all’insegna della metamorfosi dell’architettura in natura, gioco di contaminazione dell’arte barocca. L’imporsi in Inghilterra, nella prima metà del Settecento, del gusto paesaggistico e il suo successivo trionfo in tutta Europa, con il diffondersi di un’idea di natura che deve essere lasciata esprimersi liberamente, porta alla decadenza e al rifiuto dell’arte topiaria e dei suoi valori artificiali. È nel Novecento che si assiste a una sua riabilitazione da parte di grandi architetti e artisti, a dimostrazione della fascinazione che l’arte topiaria ha sempre esercitato ed esercita ancora sull’immaginazione umana.


16 MARZO 2017

FRANCESCO VALLERANI – Università di Venezia, Cà Foscari

Tornare in campagna: finzioni arcadiche e contadini per gioco

Le più recenti ricerche sulle relazioni dinamiche tra città e campagna indicano che non è facile elaborare soddisfacenti analisi socio-economiche e territoriali, a causa della crescente complessità dei rapporti che coinvolgono sia a livello locale che globale gli spostamenti di popolazione. Oggi, infatti, ai tradizionali processi di inurbamento (in straordinaria espansione nei paesi emergenti) bisogna aggiungere gli effetti crescenti della controurbanizzazione: ciò determina il trasferimento permanente di cittadini verso gli insediamenti rurali e si tratta di una tendenza molto diffusa nei paesi occidentali. Questi nuovi abitanti hanno in genere un livello di istruzione medio-alto, mantengono la propria occupazione in città e uno stile di vita per lo più urbano, attivando quindi il pendolarismo giornaliero. Ne consegue una ibridità sociologica a cui fa seguito una altrettanto composita antropizzazione del territorio rurale in cui si constata l’interessante convivenza tra due mondi socio-economici diversi, quello degli outsiders di provenienza urbana (anche se talvolta si tratta di rurali di ritorno) e quello degli autoctoni, rendendo così poco agevole, soprattutto dal punto di vista sociale, la distinzione tra città e campagna. Inoltre vale la pena ripensare come anche l’idea di campagna e il suo apprezzamento costituiscano un significativo aspetto del più recente discorso ambientalista che si pone in posizione critica nei confronti del degrado dei paesaggi quotidiani. Questione essenziale è che i paesaggi rurali dotati di maggiore capacità attrattiva sono quelli con caratteri geomorfologici variegati, con importanti estensioni dove la biodiversità è integra, con bassi valori di densità di popolazione e infine con produzioni agricole non modificate dalle pesanti trasformazioni causate dall’agricoltura intensiva e monoculturale, che ovunque nel mondo sta impoverendo non solo la qualità ecologica dei territori rurali, ma anche quella sociale ed estetica. Un segno di questo forte fascino esercitato dagli ambienti rurali è il progressivo e permanente spostamento di popolazione dai centri urbani e dalle loro periferie in direzione di località dove è possibile acquisire soluzioni abitative meno addensate. Si può facilmente osservare in molti paesaggi rurali europei l’espansione di fenomeni di urbanizzazione o, nel migliore dei casi, di recupero del patrimonio edilizio abbandonato, favorendo l’espansione di modalità socio-ambientali ibride, con il mescolarsi tra sopravvivenze arcaiche e flussi informatici, tra densificazione stagionale del popolamento turistico e la solitaria tranquillità degli ultimi protagonisti di attività agricole marginali, per lo più destinate alla sussistenza. Questi nuovi assetti sono veicolati da uno specifico immaginario, rinvenibile in articolate produzioni culturali e in una specifica divulgazione iconografica, in cui la componente neo-rurale si avvale di narrazioni ove predomina un palese atteggiamento arcadico, il cui valore simbolico condiviso determina ridefinizioni degli stili esistenziali, animati dal disimpegno e da ben strutturate componenti ludiche.


9 MARZO 2017

SERGE BRIFFAUD, PASSAGES - UMR 5319 du CNRS, École Nationale Supérieure d’Architecture et de Paysage de Bordeaux

OLIVIER DAMÉE, studio di paesaggio Damée, Vallet et Associés Paysagistes, Parigi

Correre il paesaggio. Alcuni paesaggi del divertimento sportivo nel mondo (Cina, Russia, Francia...)

La dimensione ludica ed edonistica del nostro rapporto con il paesaggio è a lungo consistita nel gioco della “cattura” delle vedute pittoresche, nella loro decodificazione estetica e nella loro riproduzione fotografica. Le moderne pratiche di richiamo turistico da lungo tempo si basano su un andare e venire tra questo approccio “spettacolare” dell’ambiente percettibile, che prevede la distanziazione, e una implicazione fisica nel luogo che consiste nel fondervisi e nell’incorporarlo. Ora, queste pratiche sembrano oggi sempre più modellate dalla diffusione generalizzata delle attività ludo-sportive che si impongono ormai come mediazioni privilegiate tra gli uomini e il loro ambiente. Inseparabili da una ricerca di natura e di salute, queste attività appaiono anche come la premessa di un nuovo modo di vedere e vivere il paesaggio, di estetiche emergenti e di nuove maniere di pensare il progetto di paesaggio. Dopo l’introduzione di SERGE BRIFFAUD che prenderà in esame e analizzerà questo fenomeno, il paesaggista OLIVIER DAMÉE proseguirà la lezione con l’intervento Lo spazio di libertà individuale nei parchi pubblici in Cina e in Russia, dalla metà del XX secolo a oggi. Attività ludiche, sportive e culturali come tema di rinnovamento e creazione dei parchi e dei giardini contemporanei.


2 MARZO 2017

CARLO DONÀ – Università di Messina

Fallacia e verità del labirinto

Il giardino può collegarsi al gioco in molti modi: può ospitarlo, come, poniamo, nel caso di un girotondo su un prato; può favorirlo, creando per esso appositi spazi, come un golf course che è, insieme, giardino e sede del gioco; può suscitarlo, per esempio attraverso i giochi d’acqua. Ma il giardino può anche divenire esso stesso gioco: e tra i giochi del giardino – non quelli che vengono fatti nel giardino, ma quelli che si fanno col giardino stesso – il primo posto per importanza, antichità e diffusione spetta senza dubbio ai labirinti. Tutti noi conosciamo le grandi realizzazioni dell’età barocca, come il labirinto di Stra o quello di Valsanzibio, e probabilmente abbiamo tentato almeno una volta la conturbante fallacia dei loro percorsi. Ma, dietro agli intrichi delle vie bordate dalle imponenti siepi di bosso o di carpini, dietro alle straordinarie architetture vegetali di questi capolavori di inventiva e di spirito, dietro ai loro progetti circonvoluti e complessi, c’è una tradizione millenaria, ancora largamente oscura e profondamente misteriosa. Perché la storia del labirinto è essa stessa un labirinto che dal cupo mito cretese del Minotauro conduce, senza soluzioni di continuità, fino agli inquietanti racconti di Borges o all’enorme (e tutto sommato pacchiano) labirinto parmense di Franco Maria Ricci. Nella fallacia delle vie del labirinto è dunque nascosta la problematica verità di un mito, o forse di un archetipo che cercherò di presentare almeno nelle linee principali.


23 FEBBRAIO 2017

ANNA LAMBERTINI – Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Architettura

Giardino, gioco, paesaggi. Intersezioni fantastiche

L’utilizzo di materiali, di sollecitazioni d’uso e percettive e di alfabeti progettuali tradizionalmente associati ai playgrounds e ai campi gioco, è alla base di un consistente repertorio di interventi di riconfigurazione di luoghi e spazi aperti e pare costituire uno dei più fertili temi di ricerca del progetto di paesaggio urbano contemporaneo. Dal noto SuperKilen Park di Copenaghen di Big/Topotek1/Superflex alle invenzioni provocatorie di Claude Cormier, fino alle indisciplinate e coinvolgenti azioni ludiche temporanee di urban hacker, artisti e collettivi impegnati a favorire la riscoperta e la riappropriazione di spazi pubblici e vuoti marginali da parte degli abitanti, è possibile notare come negli ultimi decenni si stia verificando una progressiva espansione del campo ludico nei territori del quotidiano, dove anche il giardino, “eterotopia gioiosa e universale” e “spazio del libero gioco dell’immaginazione”, è tornato a costituire una vitale categoria di sperimentazione pratica e poetica. Il contributo propone un’esplorazione attraverso differenti paesaggi ludici, storici e contemporanei, reali e letterari, riletti adottando alcune chiavi interpretative che intendono sottolineare le corrispondenze vantaggiose sempre esistite tra arte, cultura del gioco, giardino.  


16 FEBBRAIO 2017

PAOLO CARPEGGIANI – Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani

Giocare e farsi gioco. I Gonzaga e le meraviglie dei giardini

Il giardino della Rinascenza è, per sua stessa natura, luogo destinato al gioco, inteso in una vasta gamma di espressioni. A conferma si analizzano tre fra i più celebrati giardini dei Gonzaga, signori di Mantova. Di essi non resta traccia, ma fonti documentarie e iconografiche consentono di ricostruirne vicende e caratteri. Il primo caso riguarda la residenza di Marmirolo, celebre per i giardini nei quali Leandro Alberti poté ammirare i giochi d'acqua, gli alberi sagomati dal topiario, i vitigni. Rappresenta un unicum il progetto (1585 circa) per un grande padiglione dotato di ambienti per vari tipi di gioco (con pallone, con racchetta, con tavoli da biliardo). Il secondo esempio riguarda il parco contiguo alla rocca di Goito, prediletta da Guglielmo Gonzaga; ivi, nella grande fontana, era prevista una burla, ovvero un'isoletta che affondava sotto il peso degli ignari visitatori. Si passa, infine, al giardino della Favorita, ambiziosa residenza suburbana eretta nel primo quarto del Seicento; qui un progetto (1623) ipotizzava la realizzazione di vari automi (scimmie, gatti, cacciatori che spruzzavano acqua; canto di uccelli, suono di pifferi, un organo idraulico). Quasi con funzione di intermezzi, si tratteranno anche temi di carattere più generale riguardanti il giardino nel periodo della Rinascenza: la fortuna dei giochi con la palla; giochi d'amore e conviti nella verzura.


 9 FEBBRAIO 2017

  BIANCA MARIA RINALDI – Politecnico di Torino

Nascondere e rivelare. Il gioco visuale come strumento compositivo del giardino cinese

La costruzione spaziale del giardino cinese è una narrazione visuale. Nel giardino cinese, la visione si scioglie in una sequenza di momenti emozionali legati alla seduzione estetica e alla scoperta. Lo sguardo è costantemente sollecitato da una composizione serrata e fortemente articolata, basata su di un racconto a episodi che si dispiega attraverso la giustapposizione di scene diverse e tra loro nascoste. La lezione illustra i modi attraverso i quali lo spazio del giardino cinese viene plasmato per dare vita a questo gioco visuale di progressivo disvelamento e modulazione dell’esperienza percettiva: elevazioni, schermi, padiglioni, specchi, percorsi sinuosi e all’apparenza casuali complicano e distorcono la percezione dello spazio, occultando l’estensione e la concatenazione delle parti e frazionando il disegno complessivo in un susseguirsi di ambienti diversi. Attraverso esempi di giardini storici e parchi contemporanei, la comunicazione mostrerà inoltre come l’intenzione compositiva del giardino cinese, volta a coinvolgere il visitatore in una esperienza visuale sempre diversa e soprendente, si sia rivelata estremamente moderna e abbia influenzato il progetto contemporaneo dello spazio pubblico in Cina. Dal gioco nel giardino cinese al gioco del giardino alla cinese. La lezione si conclude con la discussione di un altro gioco, quello legato alla trasposizione di un gusto cinese in Europa dalla metà del Diciottesimo secolo, quando architetture di gusto e forme cinesizzanti – ponti, padiglioni, pagode – invasero i giardini europei. Dalla Teehaus nel parco di Sanssouci a Potsdam, costruita tra il 1754 e il 1757 al padiglione cinese costruito nel 1753 nel parco reale di Drottningholm, in Svezia; dalla pagoda nel parco di Chantloup, costruita nel 1775, al padiglione cinese nell’eclettico Désert de Retz presso Chambourcy realizzata intorno al 1775, fino al villaggio cinese fatto realizzare a Tsarskoe Selo da Caterina I negli anni ‘80 del Settecento, dove tutti i cortigiani si vestivano da cinesi fingendo di vivere in una città del lontano Oriente.


                                                          2 FEBBRAIO 2017                                                            

ANNALISA METTA – Università Roma 3

Giardini per città in gioco

Il gioco è un argomento sempre più centrale nel discorso contemporaneo sullo spazio urbano. Diverse recenti iniziative, organizzate da alcune tra le più importanti istituzioni culturali europee - tra cui, ad esempio, le mostre Playground. Reinventar la plaza, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, e Sports. Portrait d’une métropole, al Pavillon de l’Arsenal di Parigi, entrambe nel 2014, e il seminario internazionale Playable City. Making the city Playable, avviato a Bristol nel 2013 e ora presente in diverse città del mondo - testimoniano che nel dibattito internazionale è in corso una riflessione operante su almeno due questioni chiave: il ruolo, il carattere, la qualità degli spazi per "giocare nelle città"; il gioco come attitudine e strumento ad ampio spettro per il progetto degli spazi urbani contemporanei, dunque il progetto come azione di "gioco con la città". Cosa accade, quando, in città, la dimensione del gioco, nelle due diverse accezioni, incontra lo spazio, reale e immaginario, del giardino? Un’intera generazione di architetti e paesaggisti, a partire dall’immediato dopoguerra, hanno trovato nel gioco un tema fertilissimo per promuovere un nuovo patto di socialità, condivisione, adozione dello spazio urbano nella città europea, riconoscendo nel giardino un'occasione di forte sperimentazione. È lo straordinario lascito, ad esempio, di Ernst Cramer, Jacques Simon, Carl Theodor Sorensen, Aldo Van Eyck: con linguaggi, sensibilità, risorse differenti, il loro lavoro propone il giardino come spazio del gioco inteso come luogo dell’incontro e dell’ibridazione, dell’esplorazione, dell’avventura, del rischio, della responsabilità, dell’immaginazione, dell’invenzione, quanto di più distante dall’idea di recinto racchiuso, rassicurante e rassicurato, anestetizzato, sicuro, ovattato, che spesso prevale nell’immaginario collettivo contemporaneo. La loro lezione è raccolta da molti autori contemporanei, che ne alimentano l'eredità.


26 GENNAIO 2017

LUIGI ZANGHERI – Università di Firenze, Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze

Giochi e scherzi d’acqua nel giardino storico 

Giochi e scherzi d'acqua nel giardino storico: in epoca moderna, la loro presenza rese celebri i giardini di Pratolino e di Villa d’Este a Tivoli. Soprattutto dalla seconda metà del XVI secolo ai primi decenni del XVII secolo ne fu dotato ogni giardino principesco europeo. I giardini di allora furono frequentatissimi da ogni ceto di persone attirato dalle loro singolari “meraviglie” equiparabili, nell’odierna mentalità, alle invenzioni e ai richiami offerti dalle “esposizioni di scienza e tecnica” se non addirittura dai “luna park”. La fortuna di questi giardini fu dovuta ai progressi nelle applicazioni dell’idraulica e della meccanica e anche agli studi di antichi trattati, come quelli di Erone Alessandrino.


 19 GENNAIO 2017

FRANCO PANZINI – Università IUAV di Venezia

Giocare in giardino. Il ruolo del gioco nella costruzione dell'identità degli spazi verdi 

La lezione introduttiva al XXVII corso di aggiornamento sul giardino storico presenta il tema del rapporto fra giardino e gioco, tracciando un quadro delle tante declinazioni con cui nel tempo si è andata intessendo questa relazione. Verrà ricordata la presenza, negli aristocratici giardini barocchi, di viali destinati a giochi all’aperto come la pallamaglio, di stanze verdi dedicate al ballo e alle rappresentazioni teatrali, di apparati idraulici ideati per lo scherzo. Oppure la nascita dei barchi e barchetti delle corti rinascimentali, ambienti pensati per il virile gioco della caccia o quello più gentile dell’ammirazione degli animali. Si evocherà quella scomparsa tipologia di giardini sorta fra Francia e Gran Bretagna nel XVIII e destinata esclusivamente all’intrattenimento: i Vauxhall Gardens, creati per il divertimento prevalentemente notturno, fra finzione scenica, musica e ristorazione. Si ripercorrerà l’imporsi del ruolo salutistico del gioco sportivo e dell’attività fisica nel XIX secolo e la sua integrazione ai nuovi parchi, sotto la forma di campi gioco, specchi d’acqua per il bagno, ed infine playground, paesaggi per il gioco all’aria aperta. Un itinerario che giungerà sino ai parchi pubblici contemporanei, dove l’attività ludica costituisce lo strumento privilegiato per la socializzazione di una popolazione urbana multietnica. Parchi e giardini sono sempre stati connessi a forme di trasgressione giocosa; la lezione mostrerà come l’attività ludica ne abbia, in alcuni momenti, anche segnato l'evoluzione compositiva.