Incontri 2018

XXVIII CORSO DI AGGIORNAMENTO SUL GIARDINO STORICO “GIULIANA BALDAN ZENONI-POLITEO” – 2018
Aspetti letterari, storici, filosofici , architettonici, economici, botanici, ambientali

 

 

La parte del selvaggio. Miti e figure della natura senza l’uomo

 

 

giovedì 18 GENNAIO 2018

La parte del selvaggio. Miti e figure della natura senza l’uomo. Introduzione

SERGE BRIFFAUD – Écòle Nationale Supèrieure d’Architcture et de Paysage de Bordeaux

ANTONELLA PIETROGRANDE – Gruppo Giardino Storico Università di Padova

 

La lezione introduttiva si propone di mettere a fuoco i principali temi – teorico-culturali, storici, ambientali, di progettazione paesaggistica – che verranno affrontati dai vari relatori negli appuntamenti del corso. L’obiettivo è quello di un’esplorazione intorno al tema del «selvaggio» che oggi, più che mai, affascina. Errante tra le rovine della sua modernità, minacciato dalla crisi ecologica globale, l’uomo occidentale vive il paradosso di un’attrazione irresistibile per una natura che, ai suoi occhi, pare essersi liberata di lui, ritornando alle origini. Questa ricerca di natura «pura» si traduce, su scala planetaria, nell’evoluzione delle politiche di conservazione ambientale e nel trionfo della rinaturalizzazione, con il moltiplicarsi delle riserve naturali integrali. Si afferma la ricerca di una «piena natura» che coinvolge sempre più le pratiche turistiche e del tempo libero, contrassegnate dal desiderio di una immersione dei corpi in luoghi dove restaurare le energie perdute e fondersi con ciò che incarna l’assolutamente altro. Il paesaggio è oggi uno degli spazi culturali in cui questo sogno di “inselvaggimento” si esprime in modo privilegiato. Ciò accade, in particolare, nelle sistemazioni urbane che pongono le città di fronte al loro inverso selvaggio, finora sfuggito o rifiutato; lo stesso vale per i giardini che mettono in scena il ritorno a una naturalità perduta. La natura selvaggia, in quanto costruzione culturale, è presente in ogni epoca e per dispiegarsi ricorre a immagini, concetti e racconti in cui ogni volta s’incarna.

   

giovedì 25 gennaio 2018

Sull'invenzione della natura selvaggia

FRANCO BREVINI - Università di Bergamo

Gli antichi «sentivano naturalmente», noi invece «sentiamo la natura». Alla fine del Settecento una sensibilità nuovissima, inaudita, trova un emblema nelle parole di Schiller. Perduta per sempre la naturalezza fusionale che stringeva i nostri avi al loro ambiente di vita, percepiamo la distanza che separa la civiltà dallo sconfinato e dall’inesplorato che le si ergono di fronte, esercitando una fascinazione prima sconosciuta. La natura selvaggia nasce allora, e assume subito i contorni del mito. Certo, è vecchia quanto il mondo, ma va in scena solo con la modernità, quando viene plasmata come una costruzione culturale. Muraglie di ghiaccio, forre paurose, montagne svettanti, acque abissali che ribollono di tempesta sono tenute a battesimo soprattutto in epoca romantica da scrittori, pittori e filosofi, e continuano a proiettare il loro sublime artificio sull’esotismo di massa, sui viaggi estremi offerti in pacchetti dalle agenzie, sull’ecoturismo di nicchia, sull’avventura no-limits.

 

giovedì 1 febbraio 2018

Il selvatico contemporaneo. Il senso del selvaggio nel progetto di paesaggio fra XVIII e XXI secolo 

FRANCO PANZINI – Università IUAV di Venezia

 
L'idea stessa di giardino prese forma, in epoca antica, come giustapposizione culturale al mondo della natura selvatica non domata da mano umana. Una contrapposizione utilizzata anche per la formulazione del vocabolario compositivo dei giardini; come accaduto nell’ideazione del giardino all’italiana, che prevedeva la presenza del cosiddetto 'selvatico', zona boscata contrapposta al verde artificialmente composto. 
La pittura di paesaggio si volse alla rappresentazione di ambienti incontaminati scossi da furiose tempeste e i manuali sulla costruzione dei giardini consigliarono i progettisti di introdurre scene 'terribili' nelle loro composizioni. Nella pratica tali indicazioni portarono alla ulteriore enfatizzazione di elementi, come rocce artificiali, grotte e cascate già presenti nei giardini, così da suscitare non solo curiosità nei visitatori, ma anche un certo reverenziale timore nell’addentrarsi in questo genere di composizioni.
L'attenzione estetica verso la naturalità più selvatica e lontana condusse anche alla consapevolezza della fragilità di questi ambienti e all’idea che occorressero forme di protezione dalla trasformazione umana: con la seconda metà del XIX secolo si avviò la stagione della creazione dei primi grandi parchi naturalistici statali in Europa e Nord America. 
Un riflesso di questa stagione di protezionismo del selvaggio monumentale lo si ritrova anche nel più grande parco urbano del periodo, il Central Park di New York, il cui principale progettista, F.L. Olmsted, fece non a caso parte della commissione di gestione della prima zona protetta degli USA, lo Yosemite Park in California.
Dal Central Park di New York, che esprime la precisa volontà di portare una nota di selvaticità all’interno della metropoli, attraverso l'uso di grandi masse alberate, specchi d’acqua e formazioni rocciose, deriverà una lunga teoria di parchi pubblici che ne continuò l'esempio sino alla seconda metà del XX secolo. 
Un modello di parco che ha visto una evoluzione con la sempre maggiore divulgazione delle idee ecologiche e che hanno fatto nascere all'interno dell’ambiente urbano ambienti naturali con caratterizzazione meno astratta, ad esempio riproponendo elementi della scomparsa topografia dei luoghi con le loro piante originarie, o associazioni di piante capaci di richiamare fauna selvatica, o processi naturali come la fitodepurazione.
Ecco allora la proposizione in piena città di aree umide o di sabbiose fasce dunali, a richiamare l'aspetto selvaggio e perduto dei luoghi e a proporre nuove possibili convivenze.  
Ma parimenti si esprime negli anni recenti una tendenza del tutto intellettuale, di rappresentazione del mondo selvatico attraverso veri e propri elementi segnaletici: quasi novelli giardini segreti in cui, all’interno di complessi architettonici appaiono oasi naturali e selvatici boschetti interclusi. Da ultimo la presenza delle forze naturali ancora non sottomesse all’uomo si è rivelata un vero e proprio motore della Land Art, che proprio interloquendo con fenomeni come le maree o la generazione di fulmini ha espresso alcune delle sue opere più emozionanti, capaci di esprimere ancora il senso dello sbigottimento e perché no della paura dell’uomo, di fronte al selvaggio mondo naturale. 
 
 
15 febbraio 2018
 
La rinaturalizzazione. Le piante e l’idea del selvaggio
 
Tavola rotonda con: ERALDO ANTONINI – studio Genius Loci Modena; FABRIZIO FRONZA – agronomo, curatore parchi Levico e Roncegno; LUCIO SOTTOVIA – Direttore Ufficio Biodiversità e Rete Natura Provincia autonoma di Trento; coordina PATRIZIO GIULINI – Università di Padova, Gruppo Giardino Storico Università di Padova
 
Il giardino "selvatico" di fronte ai nuovi scenari climatici e ambientali 
La "natura" del giardino è natura naturale o natura artificiata? I cambiamenti climatici, l'inquinamento atmosferico, la necessità di ridurre i consumi idrici e i costi di manutenzione impongono una riflessione sulla scelta delle specie da impiegare. E' possibile ancora pensare a interventi di "rinaturalizzazione", sia in ambito del giardino che in ambito, più generale, paesaggistico, costituiti da sole specie "autoctone" nelle aree antropizzate? Quali sono le interconnessioni esteticamente possibili tra giardino "naturale", piante aliene e paesaggio circostante? L'intervento cercherà di fornire una sintetica (e personale) risposta a questi quesiti.
Eraldo Antonini 
 
L'estetica del giardino e la riqualificazione dei paesaggi fra selvatico e costruito 
La storia del giardino è pervasa da una continua oscillazione fra il selvatico e ciò che è costruito e dominato dall'uomo. Una superficiale analisi di ciò che accadde a partire dall’epoca ellenistica e fra gli antichi romani, dove affondano le radici i primi giardini ci aiuta a capire questo dualismo. L’epoca ellenistica conobbe un'autentica rivoluzione dove gli uomini, per effetto della concentrazione urbana e l'urbanizzazione della cultura cominciarono a vagheggiare la terra come un paradiso perduto (Pierre Grimal). 
n epoca medievale il giardino, luogo cinto e separato dall’esterno, fu emblema del paradiso, oasi di pace dotato all'interno di frutti, fiori e profumi, acqua zampillante, contrapposto a un esterno selvaggio, inospitale e pericoloso. 
Nel Rinascimento si afferma l'incarnazione dell'uomo nuovo e autonomo, fabbro di una natura trasformata da lui dominata con la ragione(Lichacev). Il disegno del giardino è espressione di questa nuova idea mentre al di fuori si estendono i boschi, le tenute selvatiche per la passeggiata o per la caccia. In epoca romantica sono proprio questi questi spazi a riacquisire valore; la cultura dominante sposta l’interesse verso la natura, ispirandosi a un nuovo modo di sentire che affonda le radici nella filosofia di Rousseau, negli scritti di Addison e Pope, ma anche nelle opere di pittori come Lorraine e Poussin. La ricerca del selvatico riaffiora nei progetti di giardini moderni, il cui disegno e impianto spesso risente di una nuova sensibilità ecologica che vede affermarsi come nuovi valori la biodiversità, le dinamiche della natura selvatica e non controllata o poco controllata dall’uomo. Pioniere di questa idea è il francese Gilles Clément, che teorizza e mette in pratica una nuova idea di giardino. Negli ultimi anni si afferma inoltre il New Planting Design, un movimento che guarda alla natura come ispirazione e rifugge da schemi artificiali e costosi, adottando un modo di lavorare con specie di diversi ambienti naturali, cercando di costruire ecosistemi in grado di autoregolarsi e utilizzando massivamente specie erbacee. L'utilizzo di specie naturali è integrato da altre specie anche esotiche per un migliore risultato estetico. Fra i più noti paesaggisti-plantsmen che hanno fatto scuola si annoverano gli olandesi Henk Gerritsen e Piet Oudolf. a strada però era già stata aperta con le sperimentazioni portate avanti in Germania fin dagli anni '90 e da alcuni progetti di ricerca europei. 
Fra le diverse modalità di utilizzare le piante, soprattutto le erbacee, si ricordano:
-il Sistema tedesco, che ha sviluppato una quarantina di miscele specifiche per diverse situazioni, caratterizzate da adattabilità a diversi habitat, buone performances, colori, situazioni diverse di terreno, esposizione, clima. Un pacchetto di soluzioni standardizzate, che richiede osservazioni e ricerche per produrre miscugli;
-il Sistema modulare, improntato alla riduzione dei costi. Gli schemi d'impianto sono realizzati in base a moduli che combinano diverse specie e si ripetono. Un sistema che ha anche il vantaggio di utilizzare semi invece di piantine radicate;
-Lo stile "Oudolf" è il frutto di una profonda attività di produzione, sperimentazione con le piante erbacee e la conoscenza delle loro dinamiche nelle diverse situazioni; Piet usa piante da struttura che durano a lungo, sfrutta i contrasti fra piante morbide e dense (sfondi regolari con graminacee leggere), i veli trasparenti attraverso i quali indirizzare lo sguardo cui si abbinano scattered plants, piante filler che riempiono gli spazi vuoti. Sono schemi che derivano dal Bauhaus olandese. Non sempre a bassa manutenzione, il loro impiego si limita a situazioni tipiche del Nord Europa.Dà risultati molto suggestivi. A riprova di questo fatto il grande successo di interventi come la Highline di New york, Battery park, e altri parchi in Olanda.
Uscendo dal mondo del giardino va menzionato il progetto SALVERE, Semi-natural Grassland as Source of Biodiversity Improvement, una ricerca che in Italia è coordinata dal prof. Michele Scotton dell’Università di Padova.
Va comunque ricordato che l’uso di specie selvatiche in ambito montano si può definire ormai tradizionale e fa capo a tecniche ormai consolidate nella disciplina dell’ingegneria Naturalistica, un insieme di tecniche sperimentate e descritte negli anni ’60 dal prof. Hugo Meinhard Schiechtel in Austria. Queste tecniche, ora evolutesi ed esportate anche agli ambiti mediterranei, sono utilizzate per il recupero di ambiti degradati quali frane e smottamenti utilizzando specie spontanee di salice, piantine radicate e miscugli di sementi di specie dalla forte capacità rizogena in grado di consolidare i terreni franosi. 
Fabrizio Fronza
 
 
La naturalità, l'addomesticamento della natura, il selvaggio
Uno sguardo istantaneo sulla realtà naturale e seminaturale del territorio trentino attraverso alcuni esempi di ecosistemi e di segni della storia impressi nel paesaggio. Le specie della flora spontanea che se ne vanno e quelle che vengono. Ambienti che rimangono e ambienti che scompaiono. Un tratto del paesaggio alpino rappresentato in immagini immediate, a partire dalle quote più elevate, dove l'antropizzazione, pur presente, è da considerare comunque limitata e la naturalità si manifesta in tutto il suo corso. Si scende quindi nelle fasce sottostanti, nei pascoli e nei boschi. La discussione sui termini della biodiversità e del selvaggio si fa più articolata in queste aree, a seconda di come la si veda, da quale parte la si guardi. Il bosco rivela aspetti di una vitalità recuperata ai massimi livelli, i pascoli alpini esprimono la contraddizione maggiore per le Alpi: da un lato la celebrazione del paesaggio alpestre e dall’altro l’abbandono e l’incuria. Che ne sarà di tutte queste forme di biodiversità e di cultura?
I prati da sfalcio ricchi di specie sono l'altro cardine del discorso. Il paesaggio rurale nel senso più proprio, quello che si associa agli abitati. Derivato di una cultura materiale evoluta, il prato è da secoli l’esempio della capacità umana di condizionare in positivo, di perpetuare nuovi ordini di complessità e di efficienza ecologica. Ma il bicchiere è sempre mezzo pieno e mezzo vuoto.
Anche qui però la frammentazione e l’intensivizzazione incombono. Nuovi sistemi si danno forma, si selezionano nuove spinte. Nuovi arrivi. Necessitano consapevolezze e capacità di previsione e di gestione.
Giungiamo infine alla realtà urbana dove i segni della natura sembrano del tutto scomparsi. Ma forse qualche indizio permane. Si tratta di affinare lo sguardo e talora forse... lasciar fare.
Qualcosa si muove.
Lucio Sottovia