Incontri 2018

XXVIII CORSO DI AGGIORNAMENTO SUL GIARDINO STORICO “GIULIANA BALDAN ZENONI-POLITEO” – 2018
Aspetti letterari, storici, filosofici , architettonici, economici, botanici, ambientali

 

La parte del selvaggio. Miti e figure della natura senza l’uomo

 

giovedì 18 GENNAIO 2018

La parte del selvaggio. Miti e figure della natura senza l’uomo. Introduzione

SERGE BRIFFAUD – Écòle Nationale Supèrieure d’Architcture et de Paysage de Bordeaux

ANTONELLA PIETROGRANDE – Gruppo Giardino Storico Università di Padova

 

La lezione introduttiva si propone di mettere a fuoco i principali temi – teorico-culturali, storici, ambientali, di progettazione paesaggistica – che verranno affrontati dai vari relatori negli appuntamenti del corso. L’obiettivo è quello di un’esplorazione intorno al tema del «selvaggio» che oggi, più che mai, affascina. Errante tra le rovine della sua modernità, minacciato dalla crisi ecologica globale, l’uomo occidentale vive il paradosso di un’attrazione irresistibile per una natura che, ai suoi occhi, pare essersi liberata di lui, ritornando alle origini. Questa ricerca di natura «pura» si traduce, su scala planetaria, nell’evoluzione delle politiche di conservazione ambientale e nel trionfo della rinaturalizzazione, con il moltiplicarsi delle riserve naturali integrali. Si afferma la ricerca di una «piena natura» che coinvolge sempre più le pratiche turistiche e del tempo libero, contrassegnate dal desiderio di una immersione dei corpi in luoghi dove restaurare le energie perdute e fondersi con ciò che incarna l’assolutamente altro. Il paesaggio è oggi uno degli spazi culturali in cui questo sogno di “inselvaggimento” si esprime in modo privilegiato. Ciò accade, in particolare, nelle sistemazioni urbane che pongono le città di fronte al loro inverso selvaggio, finora sfuggito o rifiutato; lo stesso vale per i giardini che mettono in scena il ritorno a una naturalità perduta. La natura selvaggia, in quanto costruzione culturale, è presente in ogni epoca e per dispiegarsi ricorre a immagini, concetti e racconti in cui ogni volta s’incarna.

   

giovedì 25 gennaio 2018

Sull'invenzione della natura selvaggia

FRANCO BREVINI - Università di Bergamo

Gli antichi «sentivano naturalmente», noi invece «sentiamo la natura». Alla fine del Settecento una sensibilità nuovissima, inaudita, trova un emblema nelle parole di Schiller. Perduta per sempre la naturalezza fusionale che stringeva i nostri avi al loro ambiente di vita, percepiamo la distanza che separa la civiltà dallo sconfinato e dall’inesplorato che le si ergono di fronte, esercitando una fascinazione prima sconosciuta. La natura selvaggia nasce allora, e assume subito i contorni del mito. Certo, è vecchia quanto il mondo, ma va in scena solo con la modernità, quando viene plasmata come una costruzione culturale. Muraglie di ghiaccio, forre paurose, montagne svettanti, acque abissali che ribollono di tempesta sono tenute a battesimo soprattutto in epoca romantica da scrittori, pittori e filosofi, e continuano a proiettare il loro sublime artificio sull’esotismo di massa, sui viaggi estremi offerti in pacchetti dalle agenzie, sull’ecoturismo di nicchia, sull’avventura no-limits.

 

giovedì 1 febbraio 2018

Il selvatico contemporaneo. Il senso del selvaggio nel progetto di paesaggio fra XVIII e XXI secolo 

FRANCO PANZINI – Università IUAV di Venezia

 
L'idea stessa di giardino prese forma, in epoca antica, come giustapposizione culturale al mondo della natura selvatica non domata da mano umana. Una contrapposizione utilizzata anche per la formulazione del vocabolario compositivo dei giardini; come accaduto nell’ideazione del giardino all’italiana, che prevedeva la presenza del cosiddetto 'selvatico', zona boscata contrapposta al verde artificialmente composto. 
La pittura di paesaggio si volse alla rappresentazione di ambienti incontaminati scossi da furiose tempeste e i manuali sulla costruzione dei giardini consigliarono i progettisti di introdurre scene 'terribili' nelle loro composizioni. Nella pratica tali indicazioni portarono alla ulteriore enfatizzazione di elementi, come rocce artificiali, grotte e cascate già presenti nei giardini, così da suscitare non solo curiosità nei visitatori, ma anche un certo reverenziale timore nell’addentrarsi in questo genere di composizioni.
L'attenzione estetica verso la naturalità più selvatica e lontana condusse anche alla consapevolezza della fragilità di questi ambienti e all’idea che occorressero forme di protezione dalla trasformazione umana: con la seconda metà del XIX secolo si avviò la stagione della creazione dei primi grandi parchi naturalistici statali in Europa e Nord America. 
Un riflesso di questa stagione di protezionismo del selvaggio monumentale lo si ritrova anche nel più grande parco urbano del periodo, il Central Park di New York, il cui principale progettista, F.L. Olmsted, fece non a caso parte della commissione di gestione della prima zona protetta degli USA, lo Yosemite Park in California.
Dal Central Park di New York, che esprime la precisa volontà di portare una nota di selvaticità all’interno della metropoli, attraverso l'uso di grandi masse alberate, specchi d’acqua e formazioni rocciose, deriverà una lunga teoria di parchi pubblici che ne continuò l'esempio sino alla seconda metà del XX secolo. 
Un modello di parco che ha visto una evoluzione con la sempre maggiore divulgazione delle idee ecologiche e che hanno fatto nascere all'interno dell’ambiente urbano ambienti naturali con caratterizzazione meno astratta, ad esempio riproponendo elementi della scomparsa topografia dei luoghi con le loro piante originarie, o associazioni di piante capaci di richiamare fauna selvatica, o processi naturali come la fitodepurazione.
Ecco allora la proposizione in piena città di aree umide o di sabbiose fasce dunali, a richiamare l'aspetto selvaggio e perduto dei luoghi e a proporre nuove possibili convivenze.  
Ma parimenti si esprime negli anni recenti una tendenza del tutto intellettuale, di rappresentazione del mondo selvatico attraverso veri e propri elementi segnaletici: quasi novelli giardini segreti in cui, all’interno di complessi architettonici appaiono oasi naturali e selvatici boschetti interclusi. Da ultimo la presenza delle forze naturali ancora non sottomesse all’uomo si è rivelata un vero e proprio motore della Land Art, che proprio interloquendo con fenomeni come le maree o la generazione di fulmini ha espresso alcune delle sue opere più emozionanti, capaci di esprimere ancora il senso dello sbigottimento e perché no della paura dell’uomo, di fronte al selvaggio mondo naturale. 
 
 
15 febbraio 2018
 
La rinaturalizzazione. Le piante e l’idea del selvaggio
 
Tavola rotonda con: ERALDO ANTONINI – studio Genius Loci Modena; FABRIZIO FRONZA – agronomo, curatore parchi Levico e Roncegno; LUCIO SOTTOVIA – Direttore Ufficio Biodiversità e Rete Natura Provincia autonoma di Trento; coordina PATRIZIO GIULINI – Università di Padova, Gruppo Giardino Storico Università di Padova
 
Il giardino "selvatico" di fronte ai nuovi scenari climatici e ambientali 
La "natura" del giardino è natura naturale o natura artificiata? I cambiamenti climatici, l'inquinamento atmosferico, la necessità di ridurre i consumi idrici e i costi di manutenzione impongono una riflessione sulla scelta delle specie da impiegare. E' possibile ancora pensare a interventi di "rinaturalizzazione", sia in ambito del giardino che in ambito, più generale, paesaggistico, costituiti da sole specie "autoctone" nelle aree antropizzate? Quali sono le interconnessioni esteticamente possibili tra giardino "naturale", piante aliene e paesaggio circostante? L'intervento cercherà di fornire una sintetica (e personale) risposta a questi quesiti.
Eraldo Antonini 
 
L'estetica del giardino e la riqualificazione dei paesaggi fra selvatico e costruito 
La storia del giardino è pervasa da una continua oscillazione fra il selvatico e ciò che è costruito e dominato dall'uomo. Una superficiale analisi di ciò che accadde a partire dall’epoca ellenistica e fra gli antichi romani, dove affondano le radici i primi giardini ci aiuta a capire questo dualismo. L’epoca ellenistica conobbe un'autentica rivoluzione dove gli uomini, per effetto della concentrazione urbana e l'urbanizzazione della cultura cominciarono a vagheggiare la terra come un paradiso perduto (Pierre Grimal). 
n epoca medievale il giardino, luogo cinto e separato dall’esterno, fu emblema del paradiso, oasi di pace dotato all'interno di frutti, fiori e profumi, acqua zampillante, contrapposto a un esterno selvaggio, inospitale e pericoloso. 
Nel Rinascimento si afferma l'incarnazione dell'uomo nuovo e autonomo, fabbro di una natura trasformata da lui dominata con la ragione(Lichacev). Il disegno del giardino è espressione di questa nuova idea mentre al di fuori si estendono i boschi, le tenute selvatiche per la passeggiata o per la caccia. In epoca romantica sono proprio questi questi spazi a riacquisire valore; la cultura dominante sposta l’interesse verso la natura, ispirandosi a un nuovo modo di sentire che affonda le radici nella filosofia di Rousseau, negli scritti di Addison e Pope, ma anche nelle opere di pittori come Lorraine e Poussin. La ricerca del selvatico riaffiora nei progetti di giardini moderni, il cui disegno e impianto spesso risente di una nuova sensibilità ecologica che vede affermarsi come nuovi valori la biodiversità, le dinamiche della natura selvatica e non controllata o poco controllata dall’uomo. Pioniere di questa idea è il francese Gilles Clément, che teorizza e mette in pratica una nuova idea di giardino. Negli ultimi anni si afferma inoltre il New Planting Design, un movimento che guarda alla natura come ispirazione e rifugge da schemi artificiali e costosi, adottando un modo di lavorare con specie di diversi ambienti naturali, cercando di costruire ecosistemi in grado di autoregolarsi e utilizzando massivamente specie erbacee. L'utilizzo di specie naturali è integrato da altre specie anche esotiche per un migliore risultato estetico. Fra i più noti paesaggisti-plantsmen che hanno fatto scuola si annoverano gli olandesi Henk Gerritsen e Piet Oudolf. a strada però era già stata aperta con le sperimentazioni portate avanti in Germania fin dagli anni '90 e da alcuni progetti di ricerca europei. 
Fra le diverse modalità di utilizzare le piante, soprattutto le erbacee, si ricordano:
-il Sistema tedesco, che ha sviluppato una quarantina di miscele specifiche per diverse situazioni, caratterizzate da adattabilità a diversi habitat, buone performances, colori, situazioni diverse di terreno, esposizione, clima. Un pacchetto di soluzioni standardizzate, che richiede osservazioni e ricerche per produrre miscugli;
-il Sistema modulare, improntato alla riduzione dei costi. Gli schemi d'impianto sono realizzati in base a moduli che combinano diverse specie e si ripetono. Un sistema che ha anche il vantaggio di utilizzare semi invece di piantine radicate;
-Lo stile "Oudolf" è il frutto di una profonda attività di produzione, sperimentazione con le piante erbacee e la conoscenza delle loro dinamiche nelle diverse situazioni; Piet usa piante da struttura che durano a lungo, sfrutta i contrasti fra piante morbide e dense (sfondi regolari con graminacee leggere), i veli trasparenti attraverso i quali indirizzare lo sguardo cui si abbinano scattered plants, piante filler che riempiono gli spazi vuoti. Sono schemi che derivano dal Bauhaus olandese. Non sempre a bassa manutenzione, il loro impiego si limita a situazioni tipiche del Nord Europa.Dà risultati molto suggestivi. A riprova di questo fatto il grande successo di interventi come la Highline di New york, Battery park, e altri parchi in Olanda.
Uscendo dal mondo del giardino va menzionato il progetto SALVERE, Semi-natural Grassland as Source of Biodiversity Improvement, una ricerca che in Italia è coordinata dal prof. Michele Scotton dell’Università di Padova.
Va comunque ricordato che l’uso di specie selvatiche in ambito montano si può definire ormai tradizionale e fa capo a tecniche ormai consolidate nella disciplina dell’ingegneria Naturalistica, un insieme di tecniche sperimentate e descritte negli anni ’60 dal prof. Hugo Meinhard Schiechtel in Austria. Queste tecniche, ora evolutesi ed esportate anche agli ambiti mediterranei, sono utilizzate per il recupero di ambiti degradati quali frane e smottamenti utilizzando specie spontanee di salice, piantine radicate e miscugli di sementi di specie dalla forte capacità rizogena in grado di consolidare i terreni franosi. 
Fabrizio Fronza
 
 
La naturalità, l'addomesticamento della natura, il selvaggio
Uno sguardo istantaneo sulla realtà naturale e seminaturale del territorio trentino attraverso alcuni esempi di ecosistemi e di segni della storia impressi nel paesaggio. Le specie della flora spontanea che se ne vanno e quelle che vengono. Ambienti che rimangono e ambienti che scompaiono. Un tratto del paesaggio alpino rappresentato in immagini immediate, a partire dalle quote più elevate, dove l'antropizzazione, pur presente, è da considerare comunque limitata e la naturalità si manifesta in tutto il suo corso. Si scende quindi nelle fasce sottostanti, nei pascoli e nei boschi. La discussione sui termini della biodiversità e del selvaggio si fa più articolata in queste aree, a seconda di come la si veda, da quale parte la si guardi. Il bosco rivela aspetti di una vitalità recuperata ai massimi livelli, i pascoli alpini esprimono la contraddizione maggiore per le Alpi: da un lato la celebrazione del paesaggio alpestre e dall’altro l’abbandono e l’incuria. Che ne sarà di tutte queste forme di biodiversità e di cultura?
I prati da sfalcio ricchi di specie sono l'altro cardine del discorso. Il paesaggio rurale nel senso più proprio, quello che si associa agli abitati. Derivato di una cultura materiale evoluta, il prato è da secoli l’esempio della capacità umana di condizionare in positivo, di perpetuare nuovi ordini di complessità e di efficienza ecologica. Ma il bicchiere è sempre mezzo pieno e mezzo vuoto.
Anche qui però la frammentazione e l’intensivizzazione incombono. Nuovi sistemi si danno forma, si selezionano nuove spinte. Nuovi arrivi. Necessitano consapevolezze e capacità di previsione e di gestione.
Giungiamo infine alla realtà urbana dove i segni della natura sembrano del tutto scomparsi. Ma forse qualche indizio permane. Si tratta di affinare lo sguardo e talora forse... lasciar fare.
Qualcosa si muove.
Lucio Sottovia
 
 
22 febbraio 2018
 
Dal 'selvatico' alla 'natura spontanea' nella storia del giardino occidentale

tavola rotonda con: ALBERTA CAMPITELLI – già dirigente Ville e Parchi Storici del Comune di Roma, vice-presidente Associazione Parchi e Giardini d'Italia; GIORGIO GALLETTI – già direttore del Giardino di Boboli, docente al Master di Paesaggistica Università di Firenze; TESSA MATTEINI – Università di Firenze Dipartimento di Architettura (DiDA); coordina ANTONELLA PIETROGRANDE – Gruppo Giardino Storico Università di Padova

 

Selvatico domestico e selvaggio nel paesaggio delle ville romane

Selvatico è luogo caratterizzato dalla selva, termine usato in senso più selvaggio e meno umanizzato (selva oscura) di quanto lo sia il bosco anche se, di fatto, i termini siano usati spesso come sinonimi.  
Secondo il grande storico dei giardini dell'antica Roma, Pierre Grimal, i giardini romani erano il risultato dell'incontro tra la tradizione italica di quelle vere e proprie selve che erano i boschi sacri e della sacralità della terra con i giardini di piacere orientali, mediati dalla tradizione ellenistica.
Il bosco era, nell'Italia preromana, luogo del divino, consacrato e destinato alla custodia delle forze della natura, impersonate dagli dei cui era dedicato.  
Non si contano i boschi sacri dedicati a divinità simbolo delle forze fecondatrici della natura, tra i quali celeberrimo era quello di Nemi, mentre le selve erano considerate le dimore delle ninfe. In un lento processo il lucus, bosco selvaggio, si trasforma in nemus, termine con una connotazione più amena e più vicina alla civiltà dell'uomo.
Nel Lazio la presenza di "boschi recintati", memoria dei primordiali boschi sacri, è parte del paesaggio e perdura anche nel secoli XVI e XVII quando si realizzano le magnifiche residenze in villa, influenzandone l'assetto. La memoria di questa peculiarità del paesaggio laziale la si ritrova nella composizione dei parchi delle grandi ville, dove al "domestico", cioè al giardino organizzato geometricamente, segue il "selvatico", il "barco", luogo di boschi più o meno modificati dall'intervento umano. Il bosco è il luogo del trionfo del "selvatico", contrapposto a "domestico", senza però che nel selvatico sia escluso l'artificio riconoscibile nella irreggimentazione delle acque o nell'aggiunta di nuove piante alla vegetazione spontanea.
Come raccomandava Vincenzo Giustiniani nel descrivere i suoi lavori per la Villa di Bassano, era necessario piantare "boschi grandi che abbian del selvatico". Nella descrizione di Villa Borghese di Jacopo Manilli, del 1650, e di Domenico Montelatici, del 1700, nel raccontare come la "natura si diletti d'esser varia" tra le varie contrapposizioni, accanto al "colle e il piano", citano il "domestico" e il "selvatico", intendendo con quest'ultimo termine luoghi niente affatto selvaggi e naturali, ma boschi in cui l'uomo era intervenuto con piantagioni e regolarizzazioni. Il selvatico, quindi, almeno per quanto riguarda le ville di Roma, non era affatto sinonimo di selvaggio e contemplava, in genere, la presenza di interventi umani.
Ciò che di selvaggio vi era erano gli animali, che vi venivano tenuti liberi per l'attività venatoria. Il selvatico, infatti, non era finalizzato solo al decoro, ma destinato allo svago della caccia, arte praticata anche da pontefici e cardinali perché ritenuta confacente al loro status.  Anche in area romana, pertanto, non si contano le ragnaie, i paretai o i boschetti per uccellare tordi. A Villa Giulia, come riferiva Bartolomeo Ammannati, vennero piantati ben trentaseimila alberi diversi per modellare il paesaggio e vi era un boschetto da uccellare a tordi.
Secondo la descrizione di Giovan Battista Agucchi nella Villa Aldobrandini di Frascati vi era "piantato con artificio un vago boschetto", che ci fa pensare a quella "terza natura" che, secondo Bartolomeo Taegio, era prodotta dall'arte incorporata con la natura, una natura, cioè, diversa e migliore. Nella stessa villa vi era una "selva polita e domestica" con querce così dritte e ordinate che sembravano ad arte piantate.
Alberta Campitelli
 
"Salvatico" e "domestico" nel paesaggio e giardino della Toscana rinascimentale 
Il mio intervento intendere ripercorrere alcuni testi significativi dai quali si può dedurre l'idea di "selvatico" nella Toscana rinascimentale. Ritengo innanzi tutto utile meditare su un passo dei Libri della famiglia dell'Alberti, nel quale l'anziano Giannozzo spiega al giovane Lionardo le coltivazioni che egli vorrebbe avere nella sua villa. Dal dialogo si comprende la distinzione fra piante salvatiche e piante domestiche, quanto mai utile per la comprensione di documenti d'archivio. Le salvatiche sono quelle che crescono in natura, mentre le domestiche, con particolare riferimento agli alberi da frutta, sono quelle risultanti da innesti. Entrambe possono fare parte di un giardino o di una proprietà agraria. Le selvatiche divengono elemento da collezione botanica nei giardini medicei, ma saranno anche lasciate incontaminate e conservate nel loro ambiente naturale. In questa prospettiva si inquadra la Legislazione Medicea sull'Ambiente, nota attraverso i bandi, pubblicati da Cascio Pratilli e Luigi Zangheri, che per un arco di quasi tre secoli ci forniscono informazioni sulle aree boschive naturali, protette da leggi severissime innanzi tutto finalizzate alla caccia. Ma tali documenti trattano anche della manutenzione dell'ambiente naturale, quale risorsa di primaria importanza nel territorio del granducato. Esemplare è un brano della Vita di Cosimo I de' Medici scritta da Baccio Baldini (1578), che ci descrive le lunghe cavalcate del granduca nel territorio, ispezionato non soltanto quale risorsa venatoria ma anche per il suo intrinseco valore naturale.
Altra fonte sono i trattati di agricoltura di Girolamo da Firenzuola e di Gianvettorio Soderini, dove ampi brani sono dedicati alla vegetazione salvatica; così di grande interesse sono quelli sulla caccia di Giovanni Antonio Popoleschi, di Antonio Valli da Todi e quello di Giovanni Pietro Olina. Quest'ultimo, sebbene pubblicato a Roma nel 1622, riflette molte usanze in voga nella Toscana e nell'Umbria del Cinquecento. Da questi scritti leggiamo da un lato la volontà da parte dell'uomo di dominare la natura, piegandola a scopi utilitaristici, dall'altro un pieno e completo desiderio d'immersione in essa, nello stupore e ammirazione del salvatico, che abbraccia non soltanto la vegetazione, ma anche la fauna, i fiumi, i ruscelli, le cascate e le rocce. Un'ambiguità nella percezione della natura, che sembrerà comporsi e essere superata soltanto con l'avvento della nuova scienza e dell'era galileiana. 
Giorgio Galletti
 
Dal selvatico ai boschi narrativi. Una esplorazione attraverso la storia dei giardini
La selva attraversa la storia dell'arte dei giardini come figura essenziale, trasversale alle categorie del sauvage e del regulier, nell'ambito delle quali assume funzioni e forme differenti, legate a profondi significati simbolici e rispondenti ad esigenze primarie, come la coltivazione, l'allevamento, la caccia.
Sin dall'epoca classica, al bosco sacro, piantato secondo i criteri religiosi (lucus, nemus) si contrappone la silva, diffusa ed incolta che rappresenta lo smarrimento fisico e spirituale, generando i modelli della letteratura occidentale, dalla Commedia fino all'Orlando furioso e alla Hypnerotomachia Poliphili, vero e proprio giardino letterario.
Intanto il selvatico, antitetico e complementare al domestico, diviene, a partire dal Medio Evo, persistenza e rappresentazione della prima Natura Ciceroniana all'interno del disegno controllato del giardino formale: si tratta di un bosco, generalmente composto di specie mediterranee e piantato a nord per riparare la villa dai venti di Tramontana, all'interno del quale vengono allevati piccoli animali selvatici. 
Con la rivoluzione paesaggistica che trasforma l'arte dei giardini europei a partire dagli inizi del XVIII secolo, molti parchi assumono la forma stessa del bosco, in una naturalità inseguita ed artificiale che disegna boschi emblematici od espressivi (gli aggettivi sono di Thomas Whately nelle sue Observations on modern gardening, 1770) progettati per accogliere percorsi ed episodi di un complesso racconto etico filosofico od archeologico, come nelle interpretazioni di Vanbrugh, Shenstone, Kent, o, successivamente per riportare la wilderness e  riattivare relazioni naturali all'interno del sistema urbano, come nei progetti di Frederick Law Olmsted.
Di particolare interesse, nella vicenda italiana, e toscana in particolare, la mutazione del selvatico rinascimentale in parco paesaggistico, che spesso vede risparmiate le porzioni formali dei giardini storici del Cinque/Seicento e che concentra nell'antico bosco di Tramontana la applicazione delle nuove tendenze "alla moda dei giardini inglesi".
Ancora nel corso del Novecento il selvatico rimane una delle più potenti categorie concettuali nel progetto di spazi aperti, per le sue caratteristiche ecologiche e figurative e per il suo inesauribile spessore narrativo, come dimostrano le riletture che, in contesti paesaggistici e culturali profondamente differenti, ne fanno Pietro Porcinai e Ian Hamilton Finlay.
Tessa Matteini
 
 
 
8 MARZO 2018
 
Il conforto del selvaggio. Piaceri e pericoli della natura senza l'uomo
 
Carlo Donà - Università di Messina
 
Non sono del tutto sicuro che la natura senza l'uomo esista effettivamente, perché è l'uomo che attribuisce all'ambiente identità e significato, ed è difficile concepire un'immagine senza lo specchio che la produce; ma è certo che per l'uomo, da sempre, esiste la natura senza di lui: ed è innanzitutto un luogo dell'anima, insieme affascinante ed estraneo. Ciò vuol dire, in sostanza, che il 'selvaggio' è l'archetipo di ciò che ci esclude a priori e in un certo senso ci nega e, proprio per questo, forse non riusciamo a farne a meno. Sin dai primordi della cultura lo spazio non umano della selva, del bosco, del deserto, del monte inaccessibile è stato sentito come denso di un'arcana magia, pregno di una vita tenace, sede di un'enorme potenza, insieme pericolosa e immensamente desiderabile. E sin dalle più lontane civiltà si è cercato di immaginare quali vie d'accesso possano condurre in questi luoghi senza vie; e quali rapporti si possano intrecciare con le inconcepibili forme di vita che abitano queste solitudini. Sulla scorta di qualche testo letterario e di qualche significativa testimonianza della cultura popolare cercherò dunque di riflettere un poco su questi presupposti e, più in particolare, di gettare qualche luce su coloro che abitano gli spazi preclusi all'uomo. 
Carlo Donà
 
 
 

15 MARZO 2018

Into the Wild? Illusioni e rivincite della Naturalità

TELMO PIEVANI - Università di Padova
 
 
 

22 MARZO 2018

Wilderness vs Civilization. Modi di rappresentazione del conflitto uomo/natura selvaggia nel cinema (americano e non)

ANTONIO COSTA - Università di Padova
 
 
 
5 APRILE 2018

L'abbazia di Praglia e l'opera di dissodamento dei monaci

NORBERTO VILLA - abate dell'Abbazia di Praglia, SILVIA DATEI - Gruppo Giardino Storico Università di Padova

 
C'è un’immagine “suggestiva” dei Colli Euganei che i poeti, uomini straordinariamente sensibili, ci hanno trasmesso, cogliendone la bellezza naturale, le analogie con i propri mondi interiori, le opportunità di rifugio, di meditazione. E che continua ad esistere   -- amplificata da inviti e promozioni turistiche -- nella percezione comune, desiderosa di paesaggio, aria pura e svago.
Allo stesso tempo, c’è anche l'immagine “reale” dei Colli Euganei dove convivono, con le loro luci e ombre, i caratteri visibili e quelli poco evidenti delle trasformazioni territoriali ed ecologiche imposte dal corso della storia umana: boschi di nuova generazione confusi ai relitti di natura selvatica, insediamenti antichi e contemporanei, sistemazioni agrarie e reti di canali ottenute con faticosi lavori di bonifica.
L'abbazia di Praglia, inserita nel paesaggio euganeo pedemontano, testimonia significativamente i modi dell'Uomo di rapportarsi alla Natura dal Medioevo a oggi, fondati al di là delle contingenze storiche su "un’armonia del luogo" capace di stimolare il lavoro fisico e intellettuale, la vita interiore e la vita sociale.
Silvia Datei
 
scheda culturale introduttiva alla visita

GGS-Visita-Praglia-2018 

 

12 APRILE 2018

Reinventare il selvaggio per riparare il paesaggio. Un esempio a Bordeaux

JEAN NOËL TOURNIER – Atelier de Paysage B. et JN. Tournier Bordeaux dialoga con LUCIANO MORBIATO – Università di Padoval

 
Nel corso della sua conversazione con Luciano Morbiato sui temi del "selvaggio", Jean Noël Tournier illustrerà il suo recente intervento di realizzazione del Parc de l'Estey, nella città di Bègles, a sud di Bordeaux. Si tratta di 6,5 ettari di aree naturali create a favore dell'ambiente che il Comune di Bègles ha richiesto alla Società Corep di realizzare, come compensazione per la costruzione di locali lungo l'Estey, un affluente della Gironda. I lavori, da cui è scaturita la creazione del Parc de l'Estey, un "parco a dinamiche naturali", sono stati incentrati sul restauro e sul ripristino di spazi destinati ad uso agricolo dal Medioevo fino al XVIII secolo, poi degradati e inquinati da attività industriali a partire dalla metà del XIX secolo. Il programma è stato così articolato:
- pulizia e disinquinamento dei suoli e degli spazi
- gestione delle aree boscate in zone di riserva bio-dinamica
- creazione di specchi d'acqua e di zone umide a dinamiche naturali
- sistemazione di punti di accoglienza per il pubblico e di aree di movimento e scoperta (sosta, sentieri, passerelle…).
 
 
 
Il bosco in città e il suo valore ecologico, ambientale e sociale
Tavola rotonda con: ELENA  ACCATI – Università di Torino; FILIPPO PIZZONI – aMAZING_sTUDIO Milano; PAOLO SEMENZATO – Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali Università di Padova; coordina ANTONELLA PIETROGRANDE –  Gruppo Giardino Storico Università di Padova
 
Il bosco come universo narrativo e poetico 
Nell'immaginario comune attorno al bosco esistono suggestioni che spaziano da un concetto positivo, quello del contesto ambientale rigoglioso, brulicante di vita e incontaminato, gradevole e riposante, a un'idea negativa, luogo oscuro e misterioso, entità impenetrabile, inquietante e ostile. Dopo avere esposto qualche breve considerazione in merito alla storia dei boschi, alla loro comparsa, alla loro importanza, parlerò del bosco come contenitore di storie: infatti, gli alberi sono protagonisti e testimoni della nostra vita! Ignorandoli, non sarebbe possibile raccontare la vicende degli uomini. Gli alberi, principali elementi dei boschi, sono suscitatori di memorie e, insieme, ricettacoli di personalissime emozioni. Basti pensare ai lauri di Petrarca, ai biancospini di Proust, alla quercia caduta di Giovanni Pascoli, alla ginestra di Leopardi, ai cipressi di Carducci, per citare solo qualche esempio molto noto.
Mi riferirò ai boschi dell'antica Grecia, al canto quinto dell'Odissea, a Tristano e Isotta, all'incontro di Enea e Anchise in un bosco isolato, alle selve del medioevo inospitali e popolate di bestie feroci, alle leggende spaventose e meravigliose delle foreste raccontate nelle narrazioni del paganesimo. Dalla selva oscura di Dante passerò alla natura in Petrarca, da Nastagio degli Onesti del Decamerone alla selva dell'Umanesimo e del Rinascimento, dalle fantasticherie di Don Chisciotte al bosco del Sogno di una notte di mezza estate, dall'Illuminismo alle paure di Renzo nei Promessi sposi. Dal bosco delle favole ci inoltreremo nella natura selvaggia delle gelide foreste dell'Alaska, ne Il segreto del bosco vecchio di Buzzati, ricorderemo Il taglio del bosco di Cassola, L'uomo che piantava gli alberi di Giono, Il barone rampante e Marcovaldo di Italo Calvino. E poi Giuseppe Bonaviri con La divina foresta, Marco Vichi con Il bosco delle streghe, i fratelli Carofiglio con La casa nel bosco e Mauro Corona. 
In conclusione,  segnalerò ancora una volta l'importanza che il bosco riveste per l'educazione dei ragazzi e alcune amare considerazioni di Mario Rigoni Stern, per il quale "l'innegabile progresso della vita materiale non è ancora divenuto un'opportunità su cui costruire una vita più umana”"e del poeta veneto Andrea Zanzotto che afferma che “il bosco del Montello è sempre più minacciato dal cemento”.          
Elena Accati
 
Il Boscoincittà di Italia Nostra
Quarantaquattro anni fa è nato a Milano il Boscoincittà. Nel 1974. Antonio Cederna anni prima aveva scritto Città senza verde, in cui denunciava, partendo proprio dalla situazione di Milano, la cronica carenza di spazi pubblici naturali, soprattutto per i bambini, nelle grandi città italiane. Negli stessi anni la sezione milanese di Italia Nostra passava da una posizione puramente protestataria a una propositiva, spinta anche dalla "complicità" prima del sindaco Aniasi e poi di Tognoli, ben contenti di sfidare l'Associazione nel farsi carico direttamente di un'area verde da gestire per conto del Comune di Milano. La sfida è stata più che vinta.
L'Amministrazione ha rilanciato, accettando la scommessa e indicando l'area dove realizzare il progetto: trentacinque ettari intorno alla Cascina San Romano, lungo la via Novara, vicino allo Stadio di San Siro. Il parco è stato realizzato su terreni pubblici concessi dal Comune di Milano a Italia Nostra con convenzioni novennali e grazie alla collaborazione di migliaia di volontari. Accanto a Italia Nostra, a partire da quegli anni si schierò il meglio della società civile e il ricchissimo mondo del volontariato ambrosiano, comitati di quartiere, associazioni, scout che
cominciarono di buona lena a piantare gli alberi donati dal Corpo Forestale. 
Da subito fu chiara lintenzione di realizzare non l'ennesimo parco-giardino, ma un vero e proprio bosco "urbano", secondo idee e modelli già realizzati in Nord Europa.
Il Bosco ha portato la cultura della forestazione urbana in Italia. Tanto è vero che proprio alla luce di questo "esperimento", il Corpo Forestale dello Stato, diretto allora da Alfonso Alessandrini, inserì la forestazione urbana nel piano forestale. E più in generale il Bosco, insieme al Parco delle Cave e al Parco Nord, ha inaugurato un nuovo modo di fare il verde urbano, con la presenza diretta degli operatori sul territorio e il coinvolgimento del volontariato. Dal 1974, i criteri che hanno ispirato l'evolversi dell'iniziativa sono stati l'approccio globale, la sostenibilità economica, la tipologia di parco in relazione alle questioni poste dalla collocazione in area urbana densa, il coinvolgimento dei cittadini. Il risultato, oggi, è un luogo caratterizzato da naturalità diffusa, che offre ai cittadini anche servizi puntuali (orti, giardini tematici, spazi per cani, aree pic-nic e feste) collocati in zone prossime all'abitato.
Filippo Pizzoni
 
Porto di mare 
In zona Corvetto/MM Porto di mare sta nascendo un nuovo parco per Milano. 
A fine luglio 2017 il Comune di Milano, grazie all'esperienza del Boscoincittà, ha affidato alle cure di Italia Nostra Milano Nord – Centro di Forestazione Urbana l'area di Porto di Mare per restituire ai cittadini un vasto territorio di 65 ettari da decenni abbandonato e, negli ultimi anni,conosciuto più che altro come discarica e luogo di spaccio.
Con il nostro lavoro realizzeremo sentieri, zone destinate allo svago e allo sport, zone di osservazione della fauna soprattutto nella zona umida dei pratoni e collegamenti ciclopedonali con le zone limitrofe. E questo è solo l'inizio. Importante il coinvolgimento delle associazioni di zona e dei rappresentanti del decentramento amministrativo nella conoscenza delle caratteristiche dell'area e nei programmi di attività manuali e di comunicazione.
Per cominciare subito e bene e in linea con gli intenti di recupero sociale, domenica 24 settembre 2018, nell'ambito di Green City (manifestazione di tre giorni dedicata al verde) Italia Nostra organizza con Legambiente una giornata di pulizia straordinaria al Porto di mare con gruppi di volontari per raccogliere i rifiuti con opportune attrezzature fornite da Amsa – Azienda Milanese Servizi Ambientali. Seguirà la festa-picnic con cibi e bevande da condividere, portate da cittadini e associazioni .
Filippo Pizzoni
 
Con il termine di foresta urbana ci si riferisce ad un'ampia varietà di popolamenti arborei di diversa natura e origine che si trovano all'interno delle aree urbanizzate, o nelle loro immediate vicinanze, oppure anche a popolamenti in aree meno antropizzate che tuttavia hanno un effetto diretto sull'ambiente della città. Un elemento comune ai boschi urbani, sia che si tratti di popolamenti di origine antropica, come parchi, giardini, o viali alberati, sia si tratti di popolamenti spontanei, è quello di fornire agli abitanti dei servizi ecosistemici, in grado di influire sulla qualità della vita e sulla sostenibilità delle città.
La disciplina dell'Urban Forestry, sviluppatasi soprattutto dagli anni '80 del 1900, si occupa in primo luogo della quantificazione di questi servizi ecosistemici e delle soluzioni di pianificazione e gestione più efficaci per rendere massimi e costanti nel tempo i benefici che ne derivano per i cittadini.
Nell'intervento verrà illustrato lo stato della ricerca in Urban forestry, con particolare riferimento agli effetti delle "foreste urbane", sul clima, sulla qualità dell'aria, sulla regimazione delle acque superficiali, sulla biodiversità, sul benessere fisico e mentale della popolazione. Verranno poi indicati alcuni degli strumenti disponibili per valutare l'efficacia delle foreste urbane esistenti e di possibili scenari di pianificazione e gestione.
Paolo Semenzato